E allora, questo referendum?

E allora, potrà sembrare strano, ma non è che il referendum costituzionale sia al centro del mio interesse.
Siete così tutti tanto convinti per il Si o per il No che mi state facendo vacillare nelle mie, poche, certezze.
Voterò si, comunque, se a qualcuno può interessare.
Ma vi posso fare una profezia, ed è questa.
La vostra vita non cambierà di una virgola, qualunque sia l’esito del referendum.
I problemi che avete oggi, ve li ritroverete tutti quanti anche il 5 Dicembre.

Per questo, mi sento di sposare la mozione del Post, ormai per me una delle poche fonti di informazione a cui riesca a dare credito.
Al Post dicono, molto saggiamente, che non conta quello che avverrà il 4 Dicembre.
Conta molto di più quello che avverrà dopo.

Per questo al Post – dove siamo diventati tanti, e quindi meno unanimi e certi che mai sulle cose complesse – interessa fino a un certo punto cosa succederà il 4 dicembre. Ci interessa cosa succederà il 5 e il 6 e il 7 e migliaia di giorni ancora, e l’impegno che sapremo mettere tutti quanti nel far prevalere un sentimento di bene comune che da qualche parte abbiamo: come si è detto spesso ultimamente, siamo simili molto più di quanto siamo diversi, e i modi per dimostrarlo sono tanti e noti. Se poi cominciamo già dall’1, il 2 e il 3 dicembre, meglio ancora: c’è ancora tempo per fare bella figura, in questa campagna elettorale. Tolti gli incattivitori stipendiati – che non sono poi tanti – un paese di incattiviti non promette niente di buono a nessuno: qualunque siano la sua legge elettorale o il suo Titolo V.
Facciamo del nostro meglio.

Eh, proviamoci.

Luca

Minacciare sempre l’abisso e non capirci mai niente

Guardiamo tutti all’America, ma la conosciamo poco.
O meglio, anche chi conosce l’America, conosce pochissimo gli americani che hanno votato per Trump.
Che sono gli americani della provincia, quelli dei distretti industriali, quelli che la ripresa economica l’hanno sentita evocare in TV, ma che non l’hanno ancora vista avere effetti sulla loro vita.
Era il 2008 e da quella crisi si sono riprese le banche (alcune), le borse (alcune), il mondo della finanza (in buona parte), la classe dirigente (tutta, o quasi).
Sono passati 8 anni e da quella crisi i cittadini normali non si sono ripresi affatto.

In questi anni abbiamo quindi assistito ad un paradosso.
Da una parte, i giornali e le TV ci raccontavano di una crisi ormai alle spalle (più in America che in Europa, meno ancora in Italia), dall’altra i cittadini la crisi la vivevano tutti i giorni nei loro conti in banca sempre sulla linea del galleggiamento, quando era sufficiente una spesa imprevista per far saltare il banco e magari la famiglia.

In questo paradosso si è poi inserita una comunicazione politica che è stata incapace di spiegare ai cittadini cosa stesse realmente succedendo.
E la colpa non è della comunicazione, ma della politica.
In questo scenario di grande fraintendimento, la classe dirigente (politica, finanziaria, economica) è riuscita a fare una cosa soltanto.
Ha iniziato a paventare cataclismi.
Invece di spiegare perché si continuasse a parlare di ripresa economica quando la maggior parte delle persone stava ancora molto peggio del 2008, ha iniziato a minacciare i cittadini sulle possibile conseguenze catastrofiche che possibili cambiamenti strutturali avrebbero provocato.
Se vince la Brexit, morirete tutti.
Se vince Trump, scoppierà le terza guerra mondiale.
Se vince il No al referendum costituzionale italiano, allora preparatevi a conseguenze tremende sulla nostra economia.

In poche parole, se le cose non andranno come la classe dirigente ha deciso che devono andare, allora crollerà giù tutto.

Ma le persone, o almeno molte di loro, è quello che vogliono.
Che crolli giù tutto.
Vogliono soprattutto assistere al fallimento di quella classe dirigente che continua a raccontare di miglioramenti macroeconomici che non hanno nessun effetto sulla loro vita e sul loro benessere.

Inutile dire che è un errore clamoroso fatto da chi dovrebbe conoscere meglio le persone e le loro necessità.
È un errore in cui è caduto anche Matteo Renzi che, almeno all’inizio, ha fatto intendere che la vittoria del No al referendum costituzionale avrebbe portato alla fine del suo governo e a conseguenze imprevedibili sul nostro paese.
Che poi è tutto giusto, perché Renzi si dovrebbe davvero dimettere in caso di sconfitta e le conseguenze sarebbero davvero imprevedibili.
Ma se dici alle persone che se vince il No, allora l’attuale classe dirigente se ne tornerà a casa e tutto cambierà, allora la gente andrà a votare in massa per il No.

È un antico vizio italico, soprattutto della sinistra.
Ci abbiamo messo 20 anni a capire che per battere Berlusconi era innanzitutto necessario smettere di trattarlo come l’anticristo e smettere soprattutto di considerare idioti tutti quelli che l’avevano votato.
Renzi questa cosa la capì e la mise in pratica.
Ora pare essersene scordato.
Tutta la retorica sui gufi, le battute sui cinquestelle, la prosa saputella di chi la sa lunga, è perdente.

Con Trump è successa più o meno la stessa cosa.
Se voti Trump crollerà tutto il mondo come l’avete conosciuto, chi lo vota è un’idiota, razzista, misogino e stupido.
Se me lo dici tu, che in questi anni non sei riuscito a migliorare la mia vita di una virgola, allora si, grazie, vado a votare per Trump.
E anche di corsa.

Luca

Non è la rete ad essere cattiva, siamo noi ignoranti e spietati

Non voglio riprendere frasi abusate, il dito e la luna, non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa, etc, etc…
Non voglio nemmeno fermarmi al caso singolo di una ragazza che si uccide dopo essere diventata ingenuamente il bersaglio di una campagna di odio.
Se una persona si uccide, lo fa certamente per tutta una serie di motivazioni, probabilmente per un malessere così profondo che nemmeno un filmino hard può bastare a giustificarlo.

Questa storia porta però allo scoperto un problema che non è nuovo e che è particolarmente urgente nel nostro paese, dove tutti giriamo tutto il giorno con un dispositivo in mano, condividiamo foto, video e contenuti più disparati nella più beata ignoranza dei mezzi che stiamo utilizzando.

Quando inviamo un contenuto anche ad una sola persona dobbiamo sapere che quella persona potrebbe, volontariamente o meno, girarla ad un’altra persona ancora e questa catena è potenzialmente infinita ed inarrestabile.
Quel contenuto, nel momento stesso in cui finirà sul telefonino di un’altra persona, verrà con buona probabilità salvato anche su cloud, dove ormai vengono archiviati tutti i contenuti (a meno di non disabilitare questa funzione, ma ben pochi lo fanno).

Cosa significa questo?
Significa che se io oggi mando su WhatsApp alla mia ragazza una nostro foto intima e che poniamo sia io che lei domani la cancelleremo, quella foto sarà con buona probabilità già stata archiviata chissà dove sia nel mio archivio cloud che in quello della mia ragazza.
Anche se prendessimo i nostri due telefoni e li buttassimo, quella foto ricomparirà anche sui nostri due nuovi telefoni (a meno di non cambiare account, ma non stiamo a sottilizzare).
In più quella foto, archiviata chissà dove, sarà materialmente presente su un server che potrebbe essere violato fraudolentemente da qualcuno e sempre quella maledettissima foto potrebbe ricomparire all’interno di qualche archivio pubblicato online (ricordate le foto intime rubate ad alcune star?).

Poi, ovviamente, io e la mia ragazza ci potremmo lasciare, e quella foto potrebbe diventare il mezzo utilizzato da uno di noi per portare avanti la sua vendetta.

A tutto questo aggiungete poi il cinismo delle persone, che davanti ad uno schermo di un telefonino, un po’ come quando sono al volante di una macchina, sembrano perdere del tutto la loro capacità di sviluppare empatia verso gli altri.
Molti di noi sono cattivi, lo siamo forse un po’ tutti, ma nella vita reale non ci permetteremmo mai di rivolgergi agli altri come facciamo quando commentiamo qualcosa su di un social network.

E quindi, che facciamo, usciamo da tutti i social network?
È una possibilità, ma non risolverebbe il problema.
L’unica soluzione sarebbe quella di iniziare ad utilizzare i mezzi tecnologici con consapevolezza, imparando a capirne i rischi.
Una volta che inviamo un contenuto a qualcuno, dobbiamo essere consapevoli che quel contenuto potrebbe rimanere sulla rete in eterno, anche contro la nostra volontà.
Se prendiamo parte ad una catena, dobbiamo sapere che potremmo contribuire a rovinare la vita di un’altra persona.
E se questa persona è molto giovane, magari adolescente, le conseguenze potrebbero essere tremende.

In questi giorni ho sentito poche persone aver chiesto scusa per aver portato avanti la diffusione del video hard della ragazza che si è uccisa.
È sempre colpa di qualcun altro, di chi ha iniziato la catena, della ragazza che ha girato il video, della RETE.

Io credo che sia un po’ colpa di tutti quelli che in un momento qualsiasi hanno preso parte a quella catena, facendo in modo che la marea montasse e diventasse sempre più inarrestabile.

Perché a monte di tutte queste noiose disquisizioni tecniche, ci sarebbe poi l’animo umano.
Se provassimo tutti ad essere meno cattivi con gli altri, ecco questa potrebbe essere un’ottima idea.
Non la soluzione, ma certamente un’ottima idea.

Luca

Foto | cyberbully

Genova, Luglio, 15 anni fa

Il 20 Luglio 2001 è stato il giorno in cui la generazione di quelli nati negli anni settanta ha perso la sua innocenza.
In un giorno abbiamo aperto gli occhi su quello che il potere può fare contro i suoi stessi cittadini.
In un giorno soltanto abbiamo capito cosa fosse stata la Strategia della Tensione nell’Italia degli anni di piombo.

Furono giornate tremende che non potrò dimenticare.
Eppure, oggi, quando ancora ne parli, capisci che quella strategia in parte funzionò.
In molti sottovalutano Genova, la giustificano, l’hanno dimenticata.

carlo giuliani

Due mesi dopo Genova arrivò l’undici settembre e tutto cambiò.
Lo raccontò alcuni anni fa Nick Davies in un suo reportage pubblicato sul Guardian e tradotto su Internazionale.

Cinquantadue giorni dopo l’irruzione nella Diaz, diciannove uomini usarono degli aerei pieni di passeggeri per colpire al cuore le democrazie occidentali. Da quel momento, politici che non si definirebbero mai fascisti hanno autorizzato intercettazioni telefoniche a tappeto, controlli della posta elettronica, detenzioni senza processo, torture sistematiche sui detenuti e l’uccisione mirata di semplici sospetti, mentre la procedura dell’estradizione è stata sostituita dalla “consegna straordinaria” di prigionieri.

Questo non è il fascismo dei dittatori con gli stivali militari e la schiuma alla bocca. È il pragmatismo dei nuovi politici dall’aria simpatica. Ma il risultato appare molto simile. Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.

Genova e l’11 Settembre furono uniti da un sottile linea rossa che permise al potere di cambiare le nostre vite lasciandoci in gran parte inconsapevoli.

La notizia di ieri, con l’ennesimo rinvio all’approvazione di una legge che istituisca in Italia il reato di tortura, costituisce la triste coincidenza che ci ricorda quanto lo stato di diritto sia tornato indietro negli ultimi 15 anni.

Luca

Immagine (Reuters/Contrasto) | Internazionale