Cosa c’è sopra le dimissioni del Papa

Giovanni De Mauro, nel suo editoriale su Internazionale.

È per colpa di Vatileaks. Per lo scandalo della banca del Vaticano. Per le accuse di pedofilia. Perché non è mai stato popolare. Perché lo stanno ricattando. Per le minacce di un attentato. Perché ha una malattia terrificante. Perché vuole sposarsi. Perché ha incontrato gli alieni.

Abbondano le teorie su quello che può essere successo nella testa di un anziano signore di 85 anni, che ha detto di essere stanco e di volersi ritirare. In fondo occupa un posto unico al mondo in termini di potere e autorevolezza: ha un incarico a vita e risponde del suo operato solo al suo capo, che peraltro di recente si è visto poco e che secondo alcuni neanche esiste. Insomma, nessun essere umano e nessuno scandalo potrebbero mai obbligarlo ad andarsene contro la sua volontà.

Va apprezzato quindi il suo gesto: lasciare il potere spontaneamente, non restare avvinghiato alla poltrona, rinunciare ai privilegi e ritirarsi. Per una volta, invece di chiederci cosa c’è sotto, potremmo guardare cosa c’è sopra.

Luca

Dover riconoscere la mia incapacità

Facciamo tutte le battute del mondo, ci mancherebbe.
L’argomento si presta.
L’associazione tra le dimissioni del Papa, le elezioni politiche e la possibile rimonta di Berlusconi daranno vita ad un corto circuito di battutismo.
Siamo 60 milioni di cabarettisti di Zelig mancati, del resto.

Tra una risatina e l’altra vi consiglio però di leggere il breve messaggio con cui il Papa ha annunciato di rinunciare al suo ruolo.
E’ un gesto di amore per la sua Chiesa.
Ai gesti di amore per le proprie chiese, di qualunque tipo siano, non siamo molto abituati.

Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Luca

La ferita inflitta alla pace. Ma anche no

Questo è un post lungo e noioso, ma me l’avete chiesto voi e ora ve lo sorbite.

Ho un pubblico attento che mi chiede spiegazioni sul perché avessi qualche giorno fa ritenuto utile e condivisibile il post scritto da Andrea Sarubbi, deputato del PD ed ex giornalista RAI, nel quale commentava le parole del Papa che definivano i matrimoni gay come una ferita inflitta alla pace.

Mi lusingate, non pensavo che la mia opinione fosse così degna di attenzione, quindi vorrei un attimo precisare la questione.

Mi si dice che, come al solito, le parole del Papa sono state equivocate. Come dire, pure a noi queste parole sembrano sbagliate, ma la colpa è dei giornalisti che riportano sempre porzioni di discorso, estrapolandole da un riflessione più complessa.
Ci sarebbe da dire che se ogni santa volta equivocano quello che dici, forse varrebbe la pena rivedere un attimo la strategia di comunicazione, perché se io ti chiedo di passarmi il sale e te ogni volta mi passi l’olio, allora forse sono io che non so parlare.

Le parole, prese dal messaggio per il 1 Gennaio 2013, giornata mondiale della pace, sono queste.

Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.

Queste parole seguono una dissertazione sulle violazioni contro la vita, quindi la ferita inflitta alla pace si riferisce probabilmente anche (e soprattutto) a queste:

Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.

Detto questo, la semplificazione fatta dai giornali “I matrimoni gay sono una ferita inflitta alla giustizia e alla pace” è una semplificazione, appunto, ma è sostanzialmente corretta.
E’ quello che ha detto il Papa.
Se non vuoi che i giornali possano equivocare, separi bene le cose, prima parli degli attacchi contro la vita umana e li associ alla pace, e poi parli dei matrimoni gay. I giornalisti hanno fatto il loro lavoro.

Cosa aveva scritto Andrea Sarubbi di tanto bello e giusto? Sostanzialmente due cose.
La prima, che la politica dovrebbe farla finita di considerare le parole del Papa alla stregua di sentenze delle Corte Costituzionale.

[…]la colpa è tutta della politica, e in particolare di noi cristiani impegnati nel campo: se smettessimo di utilizzare le parole del Pontefice come se fossero sentenze della Corte costituzionale, magari faremmo un servizio a noi stessi e alla nazione. Ognuno di noi, sul tema, potrà avere le proprie convinzioni, ed è giusto confrontarci apertamente; per la credibilità che dobbiamo a noi stessi e alle istituzioni in cui operiamo, però, dobbiamo chiarire agli elettori che l’agenda politica dell’Italia si scrive solo in Parlamento. E vale pure per l’immigrazione, sia chiaro: il giorno in cui la destra si dirà favorevole alla cittadinanza ai figli degli immigrati soltanto perché lo ha sentito da Benedetto XVI nel post-Angelus, anziché confrontarsi con noi nel merito della questione, potremo portare a casa un risultato ma non sarà comunque una vittoria della buona politica. Ma i giornalisti, che non sono poi così fessi, hanno capito tutto in anticipo: e quindi la notizia di oggi – parliamoci chiaro – non sono le parole del Papa, ma la loro possibile ripercussione sull’atteggiamento delle forze politiche in campagna elettorale.

La seconda, che il Papa ha ucciso un moscerino con un bazooka.

C’è poi il secondo aspetto di cui parlavo, quello della metafora utilizzata da Benedetto XVI: già quando il Papa dice – e lo fa spesso – che il riconoscimento giuridico di unioni dello stesso sesso è “un attentato alla famiglia tradizionale” mi riesce complicato capire il nesso tra i due argomenti; quando arriva addirittura a scomodare “la pace”, poi, mi arrendo del tutto. E mi ritornano in mente la Gaudium et spes, che negli anni del Concilio Vaticano II cambiò le carte in tavola rispetto all’insegnamento tradizionale sulla teoria della guerra giusta, e – forse con un po’ di demagogia, lo ammetto – anche i 40 mila morti in Siria, dove pure l’omosessualità è espressamente vietata dal Codice penale, ma la pace non se la passa benissimo.

Che poi il messaggio del Papa sia stato divulgato poche ore prima della strage di Newtown è una coincidenza, tragica ed ironica, che ha fatto pensare un po’ a tutti: “Scusi, Santo Padre, stavamo parlando di ferite infiltte alla pace?”

Ma sulla casualità, le strategie di comunicazione non possono fare quasi nulla.
E’ solo un tragico ed amarissimo scherzo del destino, su cui i gay più ironici avranno sorriso, mentre altri avranno versato le nostre stesse lacrime, incattivite dall’essere stati considerati una minaccia contro la pace.

Ecco, spiegato meglio, il mio pensiero sul discorso di Benedetto XVI.
Nessun equivoco, il Papa quello ha detto.

Se poi, come mi si fa notare, il mio essere sempre in dissenso mi dovrebbe far riflettere sulla mia fede, questo è un altro discorso, vorrei rassicurare tutti.
Mi tocca rifletterci fin troppo spesso sulla mia fede.
Non è l’ennesimo discorso avventato del Papa a peggiorare la situazione.
Ci sono tristemente abituato.

Grazie comunque per il vostro interesse.

Luca