Vogliamoci bene

Da ieri finalmente le unioni civili sono diventate realtà.
È stato indubbiamente un giorno importante per la nostra giovane eppure così anziana democrazia.
Non è che ci sia tutto questo motivo di festeggiare, visto che è un provvedimento che aspettavamo da 20 anni e che è già stato superato dalle trasformazioni sociali che stiamo vivendo.

Eppure credo sia giusto, una volta tanto, essere felici per questo passo avanti.
Matteo Renzi aveva promesso che avrebbe legalizzato le unioni civili, ed è stato di parola.
Perché hai voglia a dire che siamo governati da un despota, ma se il governo non avesse messo la fiducia su questo provvedimento, il parlamento non sarebbe riuscito nemmeno in questa legislatura ad approvare le unioni civili.
Sarà pure un governo di destra, ma tutte le anime belle che hanno guidato il centro-sinistra fino ad ora non ci erano riuscite.

Renzi ieri, nel festeggiare per l’approvazione, ha ricordato una sua amica, Alessia.
Io di quella storia me ne ricordavo.
Ne avevo pure scritto in questo blog, perché era una bella storia di amicizia tra persone molto diverse.
E mi era piaciuta.

Spinoza, Ezio Bosso ed il dover far sempre ridere

Se c’è una cosa che mi ha stancato dei socialcosi, e mi ha stancato da molto tempo, è la pretesa di trasformarci tutti in comici e di voler rendere spiritoso qualsiasi avvenimento.
È satira, si sa, e la satira tutto può.
Non importa se nessuno ride alle nostre battute, o se le cose su cui scherziamo andrebbero trattate con un po’ più di attenzione.

Ieri, Spinoza, la comune di spiritosi per antonomasia, ha fatto una battuta sui capelli di Ezio Bosso, direttore di orchestra e compositore, che si è esibito a Sanremo.
Bosso è malato di SLA, e gli spiritosi si scatenano quando possono dimostrare di essere politicamente scorretti.
Ezio Bosso, che evidentemente è spiritoso davvero, ha risposto in modo brillante.

Sono convinto che riuscire a far ridere sulle disabilità sia un’arte che in pochi possono permettersi di padroneggiare.
Magari Bosso ha riso della lor battuta.
O forse avrebbe sperato che si notasse la sua arte, piuttosto che la sua pettinatura.
O magari sono io ad essere stanco di battute e va bene così.

Luca

Via | Il Post
Immagine | eziobosso.com

Elisabetta e Silvio

Quelli nella foto sono Elisabetta e Silvio.
Lei, è Elisabetta Ballarin, la ragazza che avete conosciuto come la donna delle Bestie di Satana.
Lui è Silvio Pezzotta, il padre di Mariangela, uccisa da Andrea Volpe, quello che avete conosciuto come il leader delle Bestie di Satana.
Elisabetta sconta una condanna a 23 anni di carcere per concorso nell’omicidio di Mariangela.

La foto è stata scattata il giorno in cui Silvio ha premiato Elisabetta con una Borsa di Studio intitolata alla madre di lei, morta in un incidente.

Se avete un’ora di tempo, vi consiglio di guardarvi l’intervista trasmessa dalla TV Svizzera.
Quello che ci hanno raccontato su quella terribile vicenda di cronaca nera è molto distante dalla realtà.

È la storia tragica e bellissima di una donna punita oltre ogni limite per un delitto nel quale ebbe un ruolo secondario e che non fece mai parte delle Bestie di Satana.
Andrea Volpe, responsabile in tutto di 4 omicidi, è stato condannato a 20 anni di carcere.
Lei, colpevole di averlo coperto in uno dei 4 omicidi, deve scontarne 23.

Due anni fa Elisabetta ha inoltrato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica.
Tra i firmatari della richiesta, c’è anche Silvio, il padre di Mariangela, per il cui omicidio Elisabetta sta scontando la sua condanna.

Luca

Via | Mante

Come pensavate che potesse essere la foto di un bambino morto annegato?

Quando ieri sera ho visto apparire su Twitter la foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, sono rimasto sconvolto.

È una foto (sono foto) tremenda.
La foto di qualunque bambino morto è tremenda, perché la morte non può essere associata all’immagine di un bambino.
È una associazione che la nostra ragione rifiuta.

La discussione si è incentrata, come è tipico dell’onanismo giornalistico, sul fatto se fosse giusto o meno far vedere quella (quelle) foto.
Molti giornali l’hanno messa in prima, affiancata da editoriali che ne spiegano il motivo della pubblicazione.
Tutti, o quasi, concordano sul fatto che sia giusto far vedere quella foto, perché non possiamo più far finta di niente.

E io mi chiedo come pensavamo che fosse un bambino morto affogato.
Quando abbiamo sentito mille volte raccontare di un barcone affondato, con a bordo anche donne e bambini, come pensavamo che apparissero i corpi di quelle donne e di quei bambini?

Io vorrei che avesse ragione Mario Calabresi, che oggi scrive così su La Stampa:

il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Vorrei che avesse ragione.

Ma non ci posso credere che ci servisse vedere la foto di un bambino morto affogato per renderci conto che non può mai essere giusto che i bambini muoiano mentre scappano da un altro tipo di morte.
Se fosse così, saremmo troppo stupidi.
O saremmo troppo intelligenti se, dopo aver visto quella foto, riuscissimo a cambiare idea.

Luca

Foto (Dan Kitwood / Getty) | The Atlantic