gaza

Israele e Gaza

Sull’ennesimo bagno di sangue a Gaza, nato (non lo dimentichiamo) come reazione al rapimento e all’uccisione di tre ragazzini israeliani, si leggono opinioni delle più disparate, con il consueto schieramento di anime belle a favore dei palestinesi o degli israeliani, ma soprattutto dei palestinesi.

Io non sono mai riuscito a schierarmi da una parte o dall’altra.
Trovo che Israele spesso agisca in modo prepotente e provocatorio nei confronti dei palestinesi, soprattutto se penso alle colonie.
D’altra parte non provo nessuna simpatia per chi governa la Palestina che si disinteressa dei diritti umani delle persone.
Diciamo che se dovessi scegliere, preferirei vivere in un paese governato dagli israeliani piuttosto che da Hamas, ma non è questo che volevo dire.

Stamani, sull’autobus, ho letto una riflessione di Ricccardo Noury, storico attivista di Amensty International, che collabora con il Corriere della Sera, e le sue mi sono sembrate parole molto sagge e del tutto sgombre dai pregiudizi ideologici di quelli che pretendono di interpretare la realtà partendo dall’assunto che ci sia sempre qualcuno tra i contendenti ad avere ragione.

Nessuno che dica “ci siamo sbagliati”: per Hamas tutti gli israeliani sono obiettivi legittimi, mentre per Israele se dei civili palestinesi diventano “danni collaterali” di un attacco contro l’abitazione di un capo di Hamas, la colpa è sua.

Dentro lo schema sono finiti nove palestinesi morti mercoledì notte quando l’aviazione israeliana ha colpito un bar lungo la spiaggia nei pressi di Khan Younis dove decine di persone stavano assistendo alla semifinale dei mondiali di calcio tra Brasile e Germania.

Lo schema prevede, come corollario, la completa mancanza di volontà da parte d’Israele e di Hamas di indagare sulle violazioni del diritto internazionale umanitario: gli attacchi contro obiettivi civili, il danneggiamento o la distruzione di abitazioni private (340 a Gaza), di centri sanitari o infrastrutture, per non parlare di quella che è la violazione permanente che accompagna da anni le popolazioni civili palestinesi e israeliane: la paura.

Mentre Israele minaccia una massiccia invasione da terra e Hamas di tirare fuori dai suoi sotterranei missili ad ancora più alta gittata, Amnesty International ha chiesto alle Nazioni Unite di disporre un’indagine internazionale sui crimini commessi dall’avvio dell’operazione “Confine protetto”.

Le potenze del mondo non possono più stare a guardare, limitandosi ad appelli alla “moderazione”, mentre giorno dopo giorno si susseguono crimini di guerra. Qualsiasi richiesta di cessate il fuoco rischierà di essere inutile se, anche questa volta, non si perseguiranno gli autori di questi crimini.

Credo anch’io che l’unica strada sia quella di individuare le responsabilità personali di chi commette crimini contro i civili.
Partiamo da lì.
Pensare di risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi è purtroppo un obiettivo troppo ambizioso per chiunque e non possiamo aspettare secoli prima di arginare l’uccisione deliberata di civili.

Luca

Foto | The Atlantic (AP Photo/Khalil Hamra)

always

Corri come una ragazza

Procter & Gamble ha promosso un video virale che fa riflettere molto sul modo in cui gli uomini vedono le donne e soprattutto su come le donne vedono se stesse prima e dopo la pubertà.

Mentre le bambine non vedono nessuna connotazione negativa nel fare una cosa “come una ragazza”, le donne adulte tendono a mettere in ridicolo le azioni fatte dalle ragazze.
Come a dire che la pubertà diventa una specie di spartiacque per l’autostima delle donne.

Del resto, nella mia esperienza, alcune tra le persone più tenacemente maschiliste che io conosca, sono donne.

È un video che dovremmo far vedere alle nostre figlie ed alle nostre nipoti.

Luca

sangue

Che fai di lavoro? Guardo decapitare le persone

Il Post ha tradotto un articolo del Washington Post scritto da Aki Peritz, un ex analista della CIA che durante la guerra in Iraq aveva l’incarico di trovare e visionare tutti i filmati e le foto diffuse su internet da al Qaida.

Aki Peritz commenta la recente diffusione su internet di materiale che mostra esecuzioni, decapitazioni e mutilazioni compiute dall’ISIS in Iraq.
C’è una particolare strategia, dietro la diffusione di questi materiali, ed è legata alla propaganda jihadista che tenta di reclutare nuovi fedeli da mandare in battaglia.
Al Zarqawi ha fatto scuola (ricordate la decapitazioen di Berg in Iraq? Io si, purtroppo) e oggi l’ISIS prova ad imboccare la stessa strada. È tutto molto orrendo e mi fa personalmente dubitare nel futuro dei paesi arabi.
C’è però una buona notizia, forse.

La passione dell’ISIS per gesti così macabri dimostra come i suoi leader governerebbero l’autoproclamato “califfato” che attraversa Iraq e Siria. Ma la loro sete di sangue è anche la loro crisi; dopo tutto, nessun’altra organizzazione o tribù sunnita condivide questo livello di fanatismo. È difficile immaginare che una situazione di equilibrio e stabilità politica possa tollerare questo genere di azioni. I sunniti alla fine si rivolteranno contro l’ISIS, come hanno già fatto in passato. Quando accadrà, però, aspettatevi ancora più bagni di sangue – e quindi ancora più video rivoltanti.

Insomma, ci vorranno altre esecuzioni, altre decapitazioni, altro sangue e altra cattiveria, per riuscire a superare questo momento.
E dopo?
E dopo nessuno lo sa. La ruota prima o poi smetterà di girare.
Prima o poi.

Luca

whats_in_your_mind

Le meravigliose vite degli altri su Facebook

Se è vero, come sempre ci hanno raccontato, che la vita è tanto dura, allora perché le vite degli altri su Facebook sembrano essere tanto splendide?
Possibile che tutti mangino cose buonissime, facciano viaggi da sogno, siano amati in modo incondizionato da tutti quelli che li circondano?

Forse le vite che vediamo scorrere sui nostri newsfeed sono soltanto una rappresentazione della vita che le persone vorrebbero.
Forse su Facebook sembrano tutti felici semplicemente perché non li conosciamo abbastanza per poter cogliere la loro infelicità.

Il regista Shaun Higton ha realizzato un corto che parla di questo.
E lo fa in modo molto efficace.

Luca

migranti

Le camicie sporche di sangue

Andrea Sarubbi, ex deputato del PD, che lavorò molto sui temi dell’immigrazione, scrive una riflessione che parte da un commento sulle parole di Salvini, segretario della Lega, che ha accusato il governo Renzi per l’ennesima tragedia avvenuta nei nostri mari.
Come spiega bene Sarubbi, i migranti hanno ripreso ad arrivare perché la Libia non li ferma più.

Tra quel governo Berlusconi, in cui la Lega giocava un ruolo fondamentale, e questo governo Renzi, in cui il Carroccio è invece all’opposizione, sull’altra sponda del Mediterraneo sono successe parecchie cose. La più rilevante è la rivoluzione in Libia, che ha tolto di mezzo Gheddafi: venuto meno il suo sistema di lager per i migranti senza rispetto delle convenzioni internazionali, l’Italia ha perso la sponda sanguinolenta su cui aveva costruito l’equilibrio per parecchi anni. Ma quel cambiamento che poteva e doveva essere un bene, soprattutto per il rispetto dei diritti umani, ha invece prodotto caos: e così – come ha ammesso più volte la ministra Pinotti, riferendo in Parlamento sull’operazione Mare Nostrum – l’Italia si è ritrovata senza un interlocutore e ha dovuto fare da sola. Riuscendo solo in parte a fermare gli scafisti e a salvare le vite dei migranti, e comunque fallendo sul fronte della deterrenza.

Rimpiangere il trattato con la Libia, voluto da Forza Italia e dalla Lega, significa però non avere ben chiaro quale fosse il trattamento riservato da Gheddafi a chi voleva partire per le nostre coste.
Forse però in Europa qualcosa sta cambiando.

In realtà, di interlocutori ce ne mancano almeno un paio: uno è appunto la Libia – ma c’è da chiedersi, anziché rimpiangere Gheddafi e il nefasto Trattato di amicizia, se il metodo “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” fosse degno di un Paese democratico come il nostro – e un altro è l’Europa, che solo negli ultimi mesi sta prendendo coscienza del problema. Il merito non è di Renzi, né di Letta, né di Monti, né di Berlusconi, ma da un lato di tutti coloro che – parlamentari europei compresi – si sono battuti per la modifica (parziale, purtroppo) del regolamento di Dublino, dall’altro dell’avvicinarsi del semestre europeo: è proprio oggi, con l’Italia alla guida dell’Unione, che comincia davvero la nostra partita, e abbiamo 6 mesi di tempo per chiuderla bene.

Il problema politico è sempre lo stesso. Affrontare il problema dell’immigrazione, in un momento di crisi economica, può soltanto creare problemi di consenso per i governi. Anche per questo l’impegno della Commissione Europea può essere una stampella indispensabile.

Non è corretto dire che abbiamo portato da soli, finora, tutto il peso delle migrazioni: ne sanno qualcosa i partner europei che durante gli anni Novanta hanno aperto le porte, più di noi, ai richiedenti asilo dei Balcani. È innegabile, però, che lo sforzo operativo nel Mediterraneo sia oggi quasi tutto sulle nostre spalle, complice l’inaffidabilità dell’agenzia Frontex (che ci dà gli spiccioli, anche a livello economico) e la resistenza degli altri governi nel mettere in agenda un tema così poco popolare sul fronte del consenso. Il fatto che il neopresidente Juncker stia pensando a un commissario apposito è certamente buon segno, e lo sarebbe ancora di più se questo commissario per le migrazioni fosse italiano.

Affrontare insieme il problema dell’immigrazione per salvaguardare i diritti dei migranti e quelli dei cittadini, specialmente quelli di frontiera.

Luca

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