C’è Paolo Flores d’Arcais in autostrada contromano

Paolo Flores d’Arcais è un esimio intellettuale, direttore di MicroMega e chissà quante altre cose insieme.
Wikipedia lo definisce così:

è un filosofo, pubblicista e ricercatore universitario italiano, direttore della rivista MicroMega. È anche collaboratore de Il Fatto Quotidiano, El Pais, Frankfurter Allgemeine Zeitung e Gazeta Wyborcza.

Ma i Paolo Flores d’Arcais sono anche una categoria di persone.
Sono quelli sempre dalla parte dei giudici, anti-berlusconiani per vocazione, ma anche feroci critici del centro-sinistra.

Oggi Paolo Flores d’Arcais propone la sua ultima lungimirante iniziativa.
Votare per Renzi alle primarie per distruggere il PD.

Perché la sua vittoria distruggerebbe il Pd, lo manderebbe letteralmente in pezzi, lo disperderebbe come un sacchetto di coriandoli. E in questo modo i milioni di elettori animati da volontà di “giustizia e libertà” e dall’intenzione di realizzare la Costituzione (tranne l’articolo 7, da abrogare), elettori che credo siano una decisa maggioranza nel paese, non sarebbero più imbrigliati, congelati, manipolati, usati dalla nomenklatura partitocratica (il Pd, ma anche Idv, Sel e residui rifondazionisti). Una situazione del genere sarebbe rischiosa, ovviamente. Ne potrebbe scaturire un peggio.

Ma a forza di “male minore” abbiamo un governo Napolitano-Monti che realizza una legge pro-concussori chiamandola “anticorruzione” e una legge-bavaglio che non era riuscita a Berlusconi.

Al ricatto del “rischio peggio” bisogna sottrarsi, perciò. Solo sulla tabula rasa del fu centro-sinistra potrebbe infatti nascere una forza “giustizia e libertà”, un “partito d’azione” di massa anziché d’élite, propiziato dalla Fiom, dalle testate non allineate, dai movimenti di opinione della società civile in lotta (e da tanti quadri locali del Pd, anch’essi “liberati”).

Del resto non è la prima volta che propone iniziative meritevoli (sempre da Wikipedia).

Nel 1990 aderisce al Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto entrando nella Direzione del movimento, da cui però fuoriesce due anni dopo poiché favorevole alla guerra del Golfo a differenza della linea maggioritaria del partito. Tra i promotori della breve stagione dei girotondi, tenta di proporre una lista di suoi candidati alle primarie dell’Ulivo per le elezioni politiche del 2006 ma come lui stesso deve ammettere “realizza un fallimento pieno e perfetto” raccogliendo appena 130 adesioni alla sua idea.
Il 25 marzo 2008 annuncia su MicroMega che nelle elezioni politiche del 2008 avrebbe votato per il Partito Democratico in funzione anti-berlusconiana [1]. Il 29 gennaio 2009 decide di ritentare in politica prospettando il “Partito dei Senza Partito” insieme ad Antonio Di Pietro ed Andrea Camilleri per partecipare alle elezioni europee del 2009[2] ma, il 12 marzo dello stesso anno, viene annunciato il mancato accordo fra i tre.

Possibile che non ti venga mai il dubbio di essere te il pazzo ad andare contromano in autostrada?

Luca

Omar Calabrese

Qualche giorno fa è morto Omar Calabrese, assistente di Umberto Eco, ex Assessore del Comune di Siena, ideologo dell’Ulivo, punto di riferimento del mondo della comunicazione legato alla politica e non soltanto a quella.

Qualche giorno fa è morto Omar Calabrese, assistente di Umberto Eco, ex Assessore del Comune di Siena, ideologo dell’Ulivo, punto di riferimento del mondo della comunicazione legato alla politica e non soltanto a quella.

Oggi Filippo Sensi sul suo blog ha ricordato questo lavoro fatto da Calabrese ed altri sulla comunicazione politica, vecchio di venti anni, ma che per molti versi è ancora attualissimo.

Luca

Considerazioni sparse sui ballottaggi

Le cose però sono cambiate.
Ed è ora di soffiare sul vento che si è alzato.
Elezioni subito, senza paura, senza tentennamenti e senza cosa ne penserà l’Europa o cosa ne dirà l’Economia.
E’ ora di cambiare strada.
Subito.

E’ stato un trionfo.
E’ dalla politiche del 1996 vinte dall’Ulivo che non c’era questo entusiasmo.

Alcune considerazioni.
Dove si fanno le primarie si vincono le elezioni.
Non è vero sempre, ma spesso si.
Gli elettori votano con più convinzione uno che si sono già scelto prima del voto.

Berlusconi forse non sarà finito immediatamente, ma è evidente che questo è l’ìnizio della sua fine.
Aveva assegnato un significato politico nazionale a queste elezioni e mi pare che il significato ci sia stato tutto.

La Lega esce molto ridimensionata dalle elezioni.
Perde nel territorio, proprio dove è nata e dove trae i suoi voti.
Alla lunga, gli elettori hanno capito che non si può essere contemporaneamente partito di lotta e di governo.

I ballottaggi ridimensionano Beppe Grillo che aveva, scioccamente e pavidamente, deciso di non schierarsi nei ballottaggi.
Prima o poi devi decidere dove stare e la vittoria di oggi del centro-sinistra è tutta del centro-sinistra, Grillo escluso.
Se l’obiettivo è portare una persona in consiglio comunale, ok, bravi.
Di più non fanno e non faranno.

Il ridimensionamento del Terzo Polo non c’è stato oggi, perché erano già spariti al primo turno.
Lasciamo Rutelli, Fini e Casini tornare alla casa del padre.
Lasciamoli andare senza nessun rimpianto e con nessuna tentazione a fare alleanze con loro.

Per Napoli il discorso, secondo me, è tutto diverso. Ne riparleremo.

La vittoria di oggi è anche molto una vittoria di Vendola.
Vendola sembra essere dirompente quando si allea con il PD.
Ne deve tener conto lui e ne deve tener conto soprattutto il PD.
A me Vendola non entusiasma, ma rinunciare ad un’alleanza con lui oggi sarebbe un suicidio politico.
Il ragazzo ha talento, vediamo di portarlo stabilmente dalla nostra parte.

L’agenzia che ha gestito la campagna elettorale di Pisapia deve essere ingaggiata immediatamente dal PD.
Sono stati bravissimi.
Far diventare sindaco di Milano un ex parlamentare di Rifondazione è un’impresa veramente notevole.

Alla fine di tutto, non illudiamoci.
Non sono state elezioni politiche nazionali.
Una cosa è votare per il consiglio comunale e per il sindaco, altra cosa votare per il parlamento e per il candidato presidente del consiglio.

Le cose però sono cambiate.
Ed è ora di soffiare sul vento che si è alzato.

Elezioni subito, senza paura, senza tentennamenti e senza cosa ne penserà l’Europa o cosa ne dirà l’Economia.
E’ ora di cambiare strada.
Subito.

Luca

Il PD che verrà sarà quello di Renzi?

Ho letto il libro di Matteo Renzi.
Condivido soprattutto la sua analisi sul PD e sull’impossibilità di fare qualcosa di nuovo finché resterà al suo posto l’attuale classe dirigente del partito.
Ha ragione Renzi quando dice che l’approccio di Bersani non è né giusto nè sbagliato, è semplicemente superato dagli eventi e dalla storia.
Il partito con la P maiuscola non esiste più.
Non è pensabile rinunciare agli individui ed allo loro capacità comunicativa nell’epoca dell’informazione diffusa.
Non si può tornare all’epoca della predominanza delle idee sugli uomini.

Ho letto il libro di Matteo Renzi.
Mi è piaciuto molto.
Del resto la penso come lui su moltissimi argomenti.

Condivido soprattutto la sua analisi sul PD e sull’impossibilità di fare qualcosa di nuovo finché resterà al suo posto l’attuale classe dirigente del partito.
Ha ragione Renzi quando dice che l’approccio di Bersani non è né giusto nè sbagliato, è semplicemente superato dagli eventi e dalla storia.
Il partito con la P maiuscola non esiste più.
Non è pensabile rinunciare agli individui ed allo loro capacità comunicativa nell’epoca dell’informazione diffusa.
Non si può tornare all’epoca della predominanza delle idee sugli uomini.
Anche questo, non è né giusto né sbagliato.
Semplicemente non è più così.

In questo scenario di rivoluzioni epocali la sinistra, ma solo quella italiana, ha un problema grosso come una casa con il concetto stesso di comunicazione. Discutere di comunicazione a sinistra è come affrontare il tema del sesso a catechismo: se ne parla poco e male. Il gruppo dirigente cresciuto alle Frattocchie continua a pensare che la parola comunicazione sia una parolaccia. E se qualcuno prova a sottolineare l’importanza di questa sfida immediatamente viene accusato di intelligenza con il nemico. Sei bravo a comunicare? Allora sei di destra. Oppure, quasi peggio, significa che sei refrattario ai contenuti, che sei vuoto dentro, che magari sei persino privo di valori.

È normale giocarsi tutte le carte, quando si deve comunicare. Per questo, però, non accetto processi sommari, come invece accaduto, quando rilascio un’intervista a «Chi»: non è che sono valide, belle, buone e giuste solo le interviste a «Le ragioni del socialismo». Finché non smetteremo di considerare cospirazione l’atto di chi si occupa di comunicazione non saremo credibili nemmeno agli occhi dei nostri militanti. Figuriamoci agli occhi di chi vogliamo convincere a votarci.

Dentro il libro ci sono poi molte cose interessanti, anche riguardanti il modo in cui Renzi affronta e risolve il dualismo tra fede ed impegno politico.

Un cristiano però è un tizio che crede che ci sia un dopo rispetto alla vita terrena. Non è una questioncina banale. Se davvero ci crede la sua prima preoccupazione è vivere a fondo, non restare sulla superficialità delle cose. Se accetta di impegnarsi in prima persona non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose. Non fa atto di presenza, ci prova davvero. Chi vuole testimoniare i propri valori senza mettersi in gioco, senza compromettersi nel senso più nobile del termine, senza provare a trovare soluzioni nuove, fa il catechista, non il politico. Il Vangelo non ti spiega cosa fare, tocca a te giocartela. Ma ti invita a farlo, in modo libero e laico. Se pensi davvero che quella di Gesù Cristo morto in croce, e soprattutto risorto, non sia la storiella ben raccontata da una suorina ma un fatto storico, è naturale che non puoi fare finta di niente. La tua vita cambia. Non sta a me dire se in meglio o in peggio, dico solo che non può essere tutto come prima.

L’ultimo capitolo è poi una presa d’atto della situazione italiana e contiene secondo me le basi di un impegno di Renzi in chiave nazionale.

È già in atto nel Paese una reazione profonda alla mediocrità ristagnante di certa politica. Tocca a noi decidere se provare a cavalcare l’onda. Un grande poeta fiorentino che ha attraversato il Ventesimo secolo forte della propria penna, Mario Luzi, ci ha invitato a levare alto i pensieri e stellare forte la notte. Sono espressioni che mi piacciono molto. Devono essere particolari le stelle del cielo di Firenze: sono le stelle cui pensa Dante quando chiude le tre cantiche. Sono le stelle che indicano a Galileo una verità rivoluzionaria. Sono le stelle che ispirano la poesia di Mario Luzi. Nel nostro piccolo, anche noi dobbiamo provare ad alzare il naso, fuori dal tran tran quotidiano. E stellare forte la notte di una politica italiana che aspetta da troppo tempo un cambiamento radicale. Possiamo provarci e dobbiamo farlo. Saremo accusati di arroganza e arrivismo. Ma meglio essere accusati di arroganza oggi che processati per diserzione domani.

A seguire vi incollo alcune porzioni del libro che ho sottolineato durante la lettura (grazie Kindle!)

Luca

Continuo a pensare che questo sia uno dei grandi problemi della sinistra italiana. Quando entriamo nelle nostre riunioni, locali e nazionali, sembriamo collezionare solo i nostri rimpianti e la nostra rabbia. Dipingiamo la realtà come un problema, mai come un’opportunità. E ciò che sta fuori dei trumanshow delle nostre assemblee nazionali (il cui allestimento magari è curato da chissà quale scenografo all’ultimo grido, perché un architetto alla moda fa sempre figo) è una realtà brutta, triste e quasi sempre irriformabile. Il mondo è immondo. E noi rispondiamo con la nostra mestizia, con la nostra litania di occasioni perdute. Sembra quasi proibito sorridere e prenderci con leggerezza.

Il punto è che per me la scuola costituisce il luogo laico più sacro che possa esistere, lo spazio fisico e spirituale nel quale ragazze e ragazzi fanno i conti con la propria libertà. È la frontiera più suggestiva, difficile e intrigante del nostro tempo. Confesso di avere un’autentica fissazione su questo punto. Penso che tutti, qualsiasi sia la nostra appartenenza politica, dovremmo nutrire un rispetto profondo per le stanze nelle quali i nostri figli divengono cittadini.

Ma poi, quando entri in classe e parli, i bambini vanno al sodo. E spesso ti mettono in crisi. Perché quando Lucia ti chiede come mai la sua compagna di banco Fatima, prima media, nata all’ospedale di Careggi come lei, che parla con la c aspirata come lei, che ha gli stessi grandi sogni e piccoli incubi che ha lei, non è cittadina italiana a differenza sua, tu cosa rispondi? Che questo Paese è incivile perché continua a inseguire lo ius sanguinis anziché lo ius soli come fanno quei pericolosi rivoluzionari sinistrorsi degli americani? Fatima è cittadina del mondo, come te, Lucia. È cittadina italiana anche se il Comune non lo può dire ufficialmente. Ha i tuoi stessi miti televisivi, la stessa gelateria a cui tu sei affezionata, lo stesso modo di sbuffare quando non arriva l’autobus o di sognare quando da piazzale Michelangelo lascia volare liberi i suoi pensieri. Vuole bene a Firenze e ai suoi palazzi, alle sue luci, ai suoi difetti quanto le vuoi bene tu. E sarà bello, cara Lucia, provare tutti insieme a dire quella frase così semplice e banale: ogni bimbo che nasce in Italia è italiano. Punto.

Quando in politica vi propongono una commissione, preoccupatevi. Quando in politica vi dicono: «Facciamo un tavolo», allora è finita. Tempo perso su tempo perso. L’unica cosa concreta che può avvenire è una discussione collegiale e concertata sul tempo necessario a rinviare ciò che comunque dopo rinvieremo ancora: questa è la funzione storica delle commissioni.

Alle gerarchie ecclesiastiche vorrei dire che vanno bene tutte le battaglie sui valori, sui principi, sull’etica e compagnia cantante, ma se ci parlassero un po’ di più di Gesù Cristo e un po’ di meno di legge elettorale sarebbe un bene per tutti. Ai laicisti invece vorrei dire che togliere Gesù Cristo dalla storia pubblica del nostro Paese è impossibile. Ma se anche fosse possibile sarebbe un’operazione culturale – si fa per dire culturale – degna del peggior fondamentalismo talebano.

Contesto l’idea che ai cattolici debba essere ritagliato un piccolo spazio solo nelle questioni etiche. È insopportabile che la nostra riserva indiana sia la sfera della morale. Un po’ come accadeva nelle regioni rosse, nei primi anni dell’Ulivo, quando i cattolici venivano portati in giunta dopo anni e anni di opposizione e assegnati solo al sociale: gli assessori alla sfiga. Lo sviluppo economico, l’urbanistica, l’ambiente, le politiche culturali no. Però il sociale di corsa… A forza di accettare questo diktat culturale, siamo diventati specialisti di come gestire l’inizio e la fine. Un dibattito che tocchi fecondazione assistita, aborto, eutanasia non è considerato valido da nessun talk-show e da nessun giornalista se non comprende la voce di almeno un cattolico. E anche chi cattolico non è, su queste partite si incarica di rappresentare la posizione delle gerarchie.

Bisogna essere battezzati da un cardinale per sostenere che l’interruzione di gravidanza è oggi drammaticamente usata, specie in alcune fasce anagrafiche e tra le immigrate, come tardiva alternativa alla contraccezione? Bisogna essere iscritti all’Unione atei per capire che bisognerebbe senza dubbio educare all’amore e alla sessualità, ma che in attesa di tutto ciò invitare i più giovani all’uso del profilattico è un dovere civico in tempi in cui i media trasudano sesso anche nei programmi pomeridiani? Dove persino per venderti un gelato o una macchina ti ammiccano? E poi fingiamo di scandalizzarci quando troviamo ragazzine delle scuole medie che usano il sesso come merce di scambio per una ricarica telefonica. Tra i bacchettoni e i libertari, per una volta, potremmo forse far vincere i realisti.

E nemmeno si può pensare di relegare la fede a un fatto privato. Farlo significa compiere un errore culturale straordinario. Quando ciò accade si offre un terribile assist alla destra conservatrice: ne sanno qualcosa i democratici americani che prima di Obama su questi temi hanno saputo solo balbettare la propria timidezza, lasciando libero il campo ai predicatori più oltranzisti. Il giorno in cui affronteremo con maturità questo tema, fuori dal clima di questi anni, sarà bello e forse utile approfondire con serenità il rapporto tra la cosa pubblica e il «vizio» di credere. La maratona elettorale

Le sante alleanze contro il nemico funzionano, ammesso e non concesso che funzionino, lo spazio di un mattino. Occorre un’idea condivisa per stare assieme, non solo un avversario da sconfiggere. Perché se no si ripete il più classico dei paradossi, già accaduto negli anni delle rotture a sinistra. Stai insieme non per un sogno, ma per un incubo, l’incubo del nemico. Se riesci a vincere il nemico e sconfiggerlo, non hai più un motivo per stare insieme. E allora ti disunisci e il governo crolla. Vai alle elezioni. E a quel punto vince il tuo avversario che sei riuscito, nella sostanza, a resuscitare. Semplice, no? Può esistere qualcosa di più paradossale?

Le cose che dovevamo dire le abbiamo già dette tutte. Ora si tratta di smettere di chiacchierare e realizzarle, per costruire un Paese di cui andare fieri. Eravamo una frontiera, oggi siamo una palude. Ma possiamo uscirne. Fuori!