Vi dirò perché la celebrata autobiografia di Andre Agassi non mi è piaciuta

Se c’è un libro di cui avevo sentito parlar bene da quasi tutti, questo è Open, l’autobiografia di Agassi.

Non è la solita autobiografia di uno sportivo, è proprio un bel libro.
Così dicono tutti, Alessandro Baricco in testa, che non è proprio l’ultimo arrivato.

Ecco, per me Open è un libro fastidioso.
E’ una lagna più o meno continua, lunga quasi 500 pagine, di un uomo costretto a giocare a tennis contro la sua volontà da un padre estremamente severo.

Mentre lo leggi, quasi non capisci che stai leggendo la storia di uno che è stato a lungo numero uno al mondo, che ha vinto tutto, che è stato un uomo copertina, corteggiato da tutti, pubblicitari in primis.
Ti sorbisci i lamenti di quest’uomo sofferente e ti auguri che finisca presto, perché inizi a soffrire pure te.

La parte iniziale e quella finale del libro si salvano.
Nel mezzo è tutta una lamentazione.

Ecco, ve lo volevo dire, che poi magari lo leggete e vi chiedete come mai siete gli unici ad aver trovato Open fastidioso.
Non siete gli unici.

Luca

Al Roland Garros tifiamo tutti per Virginie Razzano

Sono tornato in fase tennistica, nel senso che da un po’ di tempo quando mi capita mi metto a guardarlo.
La storia che oggi Enrico Maria Riva racconta sul Post ha a che fare con il tennis, ma la potremmo applicare a mille altre esistenze.
E’ la storia di una tennista francese, Virginie Razzano e del suo allenatore e compagno, Stephane Vidal.
Stephane è morto pochi giorni fa.

Nel 2002 a Vidal viene diagnosticato un tumore al cervello. Un’esistenza che cambia completamente tranne che in un particolare: Virgine è sempre lì, accanto a lui. Lei gioca, lui si cura. La vita di Stephane continua anche se con una data di scadenza appiccicata addosso. La prima operazione gli lascia in ricordo un’emiparesi che rientra solo dopo lunghi mesi di fisioterapia. Nove anni di ospedali e palline, di stampelle e racchette, sempre uno accanto all’altra.
Questa primavera Razzano si trasferisce qualche settimana negli Stati Uniti ma Stephane rimane a casa. La malattia peggiora e non ce la fa a viaggiare. Lei vorrebbe fermarsi ma lui glielo impedisce. Hanno lavorato tanto perché lei avesse una vita serena, le cose non devono cambiare a causa della sua malattia. Virginie fa la spola tra gli impegni tennistici e casa ma non c’è più nulla da fare. Stephane muore lunedì 16 maggio all’età di 32 anni. Prima di spegnersi in quell’ultima domenica di sonno e silenzio le chiede di giocare il Roland Garros che inizia settimana prossima. Le chiede di farlo per lui, per tutto quello in cui hanno lavorato negl ultimi 10 anni, per il loro amore.
Virginie lo farà e quando lunedì prossimo scenderà in campo a Parigi per giocare il primo turno sarà come averlo accanto: “Non troverò mai più qualcuno così buono e forte come Stephane ma l’energia che mi ha donato vivrà per sempre con me”.

Di sicuro ora sappiamo per chi tifare ai prossimi internazionali di Francia.

Luca