JP Gibson, Totti, Bonucci e il modo di intendere lo sport negli USA

Un tweet di Marco Imarisio mi ha fatto pensare a come in Italia trattiamo con sufficienza lo sport americano.
Roba da Hollywood, tutta scena, solo spettacolo, tutto fisico e niente tecnica.

Poi leggi della storia di JP Gibson, un bambino di cinque anni, a cui due anni fa hanno diagnosticato una leucemia, che è stato messo sotto contratto per un giorno dagli Utah Jazz e lo hanno fatto giocare in una partita di pre-season.

E ripensi alle polemiche di Juve-Roma, e a tutte le belle teste che hanno voluto dire la loro in questi giorni, e ti chiedi se siamo noi ad aver capito cosa sia lo sport, o se forse gli americani non lo abbiano capito molto meglio di noi.

La mamma di JP Gibson durante la conferenza stampa per la presentazione del nuovo acquisto dei Jazz ha raccontato:

JP ama tutti gli sport, ma il basket è decisamente il suo preferito. Quando aveva poco più di un anno, stava seduto con mio marito Josh a guardare le partite. Iniziò a chiedere di tirare a canestro per un’ora ogni sera prima di andare a letto quando aveva soltanto 15 mesi. Sa che deve aspettare di avere sei anni prima di poter entrare nelle giovanili dei Jazz e ci ricorda di continuo che non può aspettare fino a 6 anni.

Se JP dovesse guarire, io credo che un po’ di merito lo avranno avuto anche quei giganti alti due metri che gli hanno regolato un minuto di gioia. Che è anche la dimostrazione di un diverso modo di intendere lo sport.
Altro che Totti e Bonucci.

Luca

La vera MVP sei tu

Ieri sera è stato consegnato il premio di MVP (miglior giocatore) della regular season della NBA a Kevin Durant.
Durant è al momento forse il più incredibile giocatore di basket che ci sia al mondo. Se la giocano lui e Lebron James, sono su un altro pianeta.

La storia di KD è quella di un bambino cresciuto soltanto dalla madre, con il padre che aveva abbandonato la famiglia quando lui non aveva ancora un anno. Tante difficoltà e tanta miseria, prima di diventare uno degli sportivi più pagati del mondo.

Chi segue l’NBA ha imparato a conoscere la mamma di Durant, Wanda Pratt, un donnone simpatico che è spesso a bordo campo e che lui si bacia sempre dopo le partite.

Ieri, nel discorso di ringraziamento per la consegna del premio come MVP, si è rivolto alla madre dicendole che, in realtà, la migliore giocatrice è lei. E l’ha fatta piangere molto.

Non penso che tu sappia cosa hai fatto. Avevi solo 21 anni ed eri un genitore single di due figli. Ci spostavamo di continuo da un appartamento all’altro, ma uno dei ricordi più belli che ho è quando siamo andati a vivere nella nostra prima casa. Non avevamo un letto o dei mobili, ma ci siamo seduti in una stanza e ci siamo abbracciati forte, perché in questo modo pensavamo di farcela. Mi ricordo che eri tu in estate a farmi svegliare per farmi allenare e mi incitavi alle partite già quando avevo 8-9 anni. Tu sei riuscita a darci la speranza, togliendoci dalla strada, vestendoci e dandoci da mangiare mentre tu, spesso, andavi a dormire affamata. Tu ti sei sacrificata per noi. La vera MVP sei tu.

Luca

Traduzione | leonardo.sport.it

Il problema dell’NBA con il razzismo

Negli USA è scoppiato un caso che ha coinvolto Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, che avrebbe invitato la moglie a non farsi fotografare con persone di colore.

I giocatori dei Clippers, ieri sera, durante il riscaldamento, si sono tolti la divisa e durante la partita hanno giocato con calzettoni e polsino nero.
Flavio Tranquillo spiega come il problema del razzismo sia tuttora attuale, anche in ambito NBA dove la maggior parte dei giocatori sono afroamericani.

C’è un elefante nella stanza, e si chiama razzismo. Sperare di farlo scomparire dando la colpa ai media o ai social network non aiuterà chicchessia. Ovvio, perfino io capisco che non saranno tavole rotonde e hashtag a permetterci di superare i pregiudizi. Il che però non autorizza a minimizzare, pratica che oltretutto risulterebbe comica per i motivi appena spiegati. Doc Rivers ha sposato una donna bianca, e la sua casa di San Antonio nel 1997 è stata incendiata da sconosciuti per motivi che si ritengono legati al razzismo. Blake Griffin, figlio di una coppia mista, è stato spesso insultato con epiteti irripetibili da “tifosi” avversari. Matt Barnes, altro figlio di coppia mista, ha sentito sulla propria pelle a Del Campo High School il sapore acre del razzismo. C’entra con le parole di Sterling? Sì e no. Ma perdere l’occasione di ragionare seriamente sull’argomento e forse fare un passo avanti, per quanto minimo, è impraticabile e improponibile.

Tranquillo auspica che questo caso aiuti a riportare l’attenzione su un fenomeno ancora tristemente attuale e che possa essere un’ulteriore tappa verso il suo superamento.

Dal punto di vista dell’NBA, come sempre, è un problema con molte sfaccettature. Solo un ipocrita potrebbe negare che le due più importanti sono il mantenimento di una relazione positiva con la parte numericamente più rilevante della propria forza-lavoro e la soluzione migliore per chi finanzia l’attività (leggi spettatori, sponsor, TV). Lo dico perchè credo che sia vero e perchè non sono interessato a chiedere alcuna punizione esemplare ad un ente non governativo che ha indubbio e legittimo scopo di lucro. Quando avremo una decisione la commenteremo, ma non sarà l’entità della sanzione la parte più interessante. Per i motivi di cui sopra, è presumibile che ci sarà più attenzione al riguardo in futuro, il che è bene. Ora sta a noi ragionare, possibilmente non dei dettagli più o meno pruriginosi (e squallidotti) della vicenda. Non dell’impatto su gara 5 e sui playoff dei Clippers. Non di Sterling. Ma di quell’elefante, sognando che domani nella stanza non ci sia più.

Luca

Il film delle finali NBA che ricorderemo per un bel po’

Nel mio periodo di astinenza dalla politica, ho da poco terminato di vedere le finali NBA.
Che sono state divertenti e spettacolari.
Tanto basket, tanta tecnica e tanta tattica.

Qui sopra il film in slow motion delle finali, che vi consiglio di vedere.

E poi, un nome nuovo che rischia di fare il botto nei prossimi anni: Kawhi Leonard.

Luca