Torno tra poco, sono a battere il sentiero

La storia di Antonio Mariani è davvero una di quelle per le quali varrebbe la pena scrivere un romanzo.
Antonio è un perito chimico e dopo trenta anni di lavoro rimane disoccupato.
Si trova in difficoltà, perché a 50 anni non è facile trovare una nuova occupazione, ed è dura essere marito e padre di famiglia disoccupato.

Per Antonio c’è però una sorpresa.
Il CAI di Introbio (vicino Lecco) gli propone di riaprire il Rifugio Buzzoni che si trova in Valsassina a 1.600 metri di quota, chiuso da alcuni anni.
Per Antonio è la realizzazione di un sogno, perché è appassionato di montagna e di cucina, proprio le caratteristiche che servono per un buon gestore di un rifugio.
Sale al rifugio il Mercoledì e tutti i fine settimana.
Accoglie gli escursionisti e cucina per loro.
Insomma, una nuova vita inizia per lui.

Questo succedeva quattro anni fa.

Sabato scorso Antonio esce di buon’ora per andare a battere la pista dopo le abbondanti nevicate dei giorni precedenti.
Quella mattina devono salire al rifugio alcuni escursionisti.
E’ sempre molto attento a rendere visibili i paletti segnalatori o ad attrezzare la pista con corde.

Al rifugio Antonio non è più tornato.
E’ morto sepolto sotto 4 metri di neve portati da una slavina che si è staccata dalla montagna proprio mentre lui batteva la pista.

Sulla porta del rifugio aveva lasciato un biglietto: “Torno tra poco, sono a battere il sentiero”.

Il Dio nel quale Antonio credeva ha ritenuto che per lui bastasse così.

Nel sito del rifugio c’è un suo pensiero scritto all’inizio della sua avventura come gestore del Rifugio:

Sono le ore 4,15. Sta albeggiando.
Esco dalla camera e 10 passi sono in cima. Si sente il sibilo del vento e fa un freddo barbino: -8°.

All’orizzonte vedo, da una parte, la pianura che è uno scintillio di luci multicolori, dall’altra le cime più alte e la nebbia che si alza a velocità sostenuta.
Sopra di me, un cielo colmo di stelle.
Mi assento qualche minuto …: cosa succede?… C’è un incendio!
Brucia la croce è il mio primo pensiero. No, è la nebbia trasportata dal vento. Il rifugio Brioschi e la croce della cima sono poco sopra ad un mare di nebbia e di nubi. Sono le 5,00 e vedo i primi colori del sole, mi sembra di raggiungere le nuvole in aereo. E’ una sensazione difficile da spiegare.

Il sole sta dando alle distese di nebbia tutti i suoi molteplici colori con riflessi di ogni genere.
E’ la prima sensazione di un disoccupato trovatosi per caso a gestire da solo il rifugio Brioschi per un giorno e …

L’AVVENTURA DI UN CINQUANTENNE PROSEGUE

Da disoccupato a rifugista per caso alla gestione del RIFUGIO BUZZONI.

Il mio sogno si sta avverando.

SARA’ IMPEGNATIVO, MOLTO IMPEGNATIVO ma con FORZA ed UMILTA’ come dice il libro del C.A.I. d’Introbio cercherò di far fronte ad ogni difficoltà chiedendo aiuto al Signore Dio dei cieli.

Luca

Dov’è il limite?

Sara Sottocornola di Montagna.tv ha scritto oggi una riflessione molto interessante su quella che è l’eterna domanda che si pone chi segue l’alpinismo: ha senso inseguire un purismo esasperato?

Siamo i primi ad amare la montagna, l’alpinismo e tutto ciò che vi ruota intorno. Lo dimostriamo tutti i giorni, nel bene e nel male, raccontando le loro storie. Lungi da noi l’intenzione di dar corda a chi usa l’infelice espressione della “montagna assassina” o a chi vede gli alpinisti come dei pazzi suicidi. Ma nei giorni scorsi ci siamo chiesti se non esista un limite.

La risposta a chi si sta domandando se non stiamo esagerando sono questi nomi. Tomaz Humar, Michele Fait, Roby Piantoni, Max Schivari, Serguej Samoilov, Oscar Perez, Piotr Morawski, Franc Oderlap, Cristina Castagna, Wolfgang Kolblinger, Go Mi Sun. E altri ancora. Non è la formazione dell’ultimo “dream team” diretto in Himalaya. Ma l’elenco dei morti degli ultimi mesi. Mesi, non anni.

Insomma, c’è chi pensa che sarebbe ora di ritornare un po’ indietro e rinunciare allo stile alpino duro e puro, quello di Messner e degli altri grandi.
Perché quando iniziano a morire come mosche, non gli alpinisti improvvisati, ma i migliori, allora forse è il segnale che siamo arrivati al limite ed è meglio rinunciare ed iniziare la discesa.
Insomma, portarsi un medico al campo base od utilizzare la tecnologia non sono segni di debolezza, ma di amore per la vita.

Luca