Come pensavate che potesse essere la foto di un bambino morto annegato?

Quando ieri sera ho visto apparire su Twitter la foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, sono rimasto sconvolto.

È una foto (sono foto) tremenda.
La foto di qualunque bambino morto è tremenda, perché la morte non può essere associata all’immagine di un bambino.
È una associazione che la nostra ragione rifiuta.

La discussione si è incentrata, come è tipico dell’onanismo giornalistico, sul fatto se fosse giusto o meno far vedere quella (quelle) foto.
Molti giornali l’hanno messa in prima, affiancata da editoriali che ne spiegano il motivo della pubblicazione.
Tutti, o quasi, concordano sul fatto che sia giusto far vedere quella foto, perché non possiamo più far finta di niente.

E io mi chiedo come pensavamo che fosse un bambino morto affogato.
Quando abbiamo sentito mille volte raccontare di un barcone affondato, con a bordo anche donne e bambini, come pensavamo che apparissero i corpi di quelle donne e di quei bambini?

Io vorrei che avesse ragione Mario Calabresi, che oggi scrive così su La Stampa:

il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Vorrei che avesse ragione.

Ma non ci posso credere che ci servisse vedere la foto di un bambino morto affogato per renderci conto che non può mai essere giusto che i bambini muoiano mentre scappano da un altro tipo di morte.
Se fosse così, saremmo troppo stupidi.
O saremmo troppo intelligenti se, dopo aver visto quella foto, riuscissimo a cambiare idea.

Luca

Foto (Dan Kitwood / Getty) | The Atlantic

Cuba si, yankee no

Domenica si è chiuso il Festival del Giornalismo a Perugia con un intervento di Yoani Sánchez, intervistata da Mario Calabresi.
Ad un certo punto entra in sala un gruppo di filocastristi che lanciano dollari falsi con impresso il volto di Yoani, gridando “Cuba si, yankee no!” e altre perle da stadio tipo “Yankee go home!”

Il modernariato ha sempre il suo fascino e capisco, anche se con fatica, che possano ancora esistere dei filocastristi in Italia nel 2013.

Ma la cosa più sorprendente è che questi fenomeni fingono di non rendersi conto che una manifestazione di protesta come la loro la possono fare in Italia, la potrebbero fare perfino in casa degli yankee, ma a Cuba no, finirebbero in galera.

Non importa.
Cuba si, yankee no.

Luca

I migliori commenti del giorno dopo

Per riflettere sullo ieri, vi consiglio di leggere Marico Calabresi e Luca Sofri.
Il primo segnala l’incapacità della politica di rispondere alle istanze del paese.

Il Paese sbanda perché da troppo tempo non è governato, perché nessuno si preoccupa di affrontare e contenere i massimalismi deliranti, di rassicurare chi ha paura del futuro e di bloccare la violenza che sta tornando a emergere. Non possiamo rischiare di perdere un’altra generazione, anche se parliamo di piccole frange, anche se non siamo al terrorismo e alle pistole.
Il rumore degli scontri di ieri richiede un sussulto di dignità del governo e imporrebbe un cambio di linguaggio delle opposizioni: non si può salire sui tetti o chiamare “cilena” la polizia italiana senza preoccuparsi di fomentare le piazze.

Il secondo segnala quanto la nostra classe politica incarni perfettamente il paese.

Quello che ci dicono gli Scilipoti, i Siliquini, i Razzi, eccetera, è che la stragrande maggioranza dei parlamentari nel “palazzo” è fatta di persone che incarna esattamente quel ritratto di medietà esaltato dai populisti e dai profeti della “gente comune”. Sono gente comune, sono persone “qualsiasi”, con dosi medie di pregi e difetti, somiglianti a noi italiani qualunque, senza niente che li renda straordinari, meritevoli di definirsi eletti, governati nelle loro scelte da un’etica superiore, da un maggiore senso di responsabilità del ruolo o da una notevole capacità di affrontare la dimensione dell’impegno. Non sono “vicini al paese”: sono il paese e lo rappresentano con grande esattezza.

Sembrano due commenti in contraddizione l’uno con l’altro, ma non lo sono affatto.

Luca

Perché La Stampa è il mio giornale

Spesso chi vede che compro come quotidiano, quando lo compro, La Stampa, si stupisce.
Un giornale di Torino, poco diffuso in Toscana.

Certo sono juventino, ma la ragione non è quella.

E’ che alla Stampa ci scrive un certo numero di giornalisti che mi piace.
E’ un quotidiano sobrio, con pochi fronzoli e che non si sforza di far nascere movimenti di opinione.

Quando chiamarono a condurlo Mario Calabresi, la mia affezione verso il giornale crebbe, considerata la stima che ho per lui.

Stima che oggi, con il suo editoriale, è cresciuta.
Magari, non ci farete caso, ma La Stampa è l’unico quotidiano a non aver messo sulla sua edizione online gli audio degli interrogatori per l’omicidio di Sarah Scazzi.

E, proprio nell’editoriale di oggi, Calabresi spiega il perché della sua scelta:

Esiste un gesto antico di pietà che mi torna in mente continuamente in questi giorni, è quello di coprire il corpo di chi è morto in un luogo pubblico. Lo si fa con un lenzuolo bianco, una coperta, un qualunque indumento che protegga almeno il volto e il busto di chi ha perso la vita rimanendo esposto su un marciapiede, in mezzo alla strada, su una spiaggia o in un campo.

È un gesto codificato dal mondo greco, almeno venticinque secoli fa (anche Socrate si copre il volto mentre muore), e non serve soltanto a proteggere i morti dallo sguardo dei vivi ma anche noi stessi, i vivi, dalla vista della morte. È il limite del pudore, del rispetto, è il simbolo della compassione e della capacità di fermarsi.

Oggi si è fatta strada in Italia una strana concezione dell’informazione che si potrebbe sintetizzare in un gesto: quello di sollevare il lenzuolo e spingere tutti a fissare quello che c’è sotto. Molti restano incollati all’immagine terribile, altri sfuggono, alcuni cominciano a provare disgusto.

Ieri mattina – grazie al lavoro dei nostri giornalisti – abbiamo avuto gli audio degli interrogatori di Avetrana, le voci di Michele e Sabrina Misseri, con la confessione dettagliata e tormentata da parte dello zio dell’omicidio di Sarah Scazzi. Non era mai capitato di avere la possibilità di ascoltare in tempo reale un interrogatorio, divulgato fuori da ogni regola prima ancora dei rinvii a giudizio e di qualunque decisione della magistratura.

Ci siamo chiesti cosa farne e se metterli subito sul sito web, sicuri di fare un record di contatti. Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di buttarli, perché non aggiungevano nulla a quello che avete già letto fino a oggi, perché non servivano a chiarire nulla e perché potevano essere utili solo a solleticare le morbosità, a infilare la testa più in fondo nel pozzo.
[…]
Sono convinto esista un limite e ieri passava per la diffusione di quei file audio, per questo penso sia tempo di tornare a rispettare quel lenzuolo bianco. Altri lenzuoli invece il giornalismo deve continuare a sollevare e sono quelli che rivelano gli scandali, le corruzioni e le criminalità, che fanno meno circo e meno audience e amerebbero il silenzio.

Luca

L’estrema occasione persa da Andreotti

a battuta «in romanesco» di Giulio Andreotti è giunta fuori tempo massimo, arriva quando le polemiche sul caso Ambrosoli sono ormai sopite e i processi lontani. Per questo è ancora più stridente e fastidiosa, perché arriva nel tempo della memoria, quello in cui a ognuno sarebbe richiesto un di più di verità, di chiarezza o perlomeno di rispetto.

Il duro e condivisibile commento su Andreotti di Mario Calabresi in una sua risposta ad una lettera di un lettore:

La battuta «in romanesco» di Giulio Andreotti è giunta fuori tempo massimo, arriva quando le polemiche sul caso Ambrosoli sono ormai sopite e i processi lontani. Per questo è ancora più stridente e fastidiosa, perché arriva nel tempo della memoria, quello in cui a ognuno sarebbe richiesto un di più di verità, di chiarezza o perlomeno di rispetto.
Il senatore a vita aveva l’occasione finale per un gesto di sensibilità, per provare a mostrare perlomeno un ravvedimento di fronte a un uomo che fu lasciato solo in vita e perfino il giorno del suo funerale. Invece si è rifugiato in una di quelle battute che lo hanno reso famoso, che per anni sono state la sua cifra e gli hanno permesso di cavarsi d’imbarazzo. Ma i tempi sono cambiati e la mia sensazione è che questo sfregio alla memoria di un grande italiano macchi anche l’ultima pagina della vita di Andreotti.
Ieri l’ex leader democristiano si è giustificato sostenendo di essere stato frainteso: «Intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto».
Quella consapevolezza è proprio la cifra della grandezza di Ambrosoli, in un’Italia che «tiene famiglia» e gira la testa dall’altra parte lui ha fatto fino in fondo il suo dovere, conscio del rischio che correva. «È indubbio – scrisse alla moglie in una lunga lettera testamento – che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di far qualcosa per il Paese».

Luca