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Quelle scritte NO TAV nelle scuole occupate

Nel mio peregrinare quotidiano mi capita spesso di passare davanti ad un grande Liceo fiorentino.
Un bel palazzo con vista su Ponte Vecchio (chissà se i ragazzi e le ragazze si rendono conto del privilegio che hanno, ma questo è un altro discorso).

Tra i vari striscioni appesi sopra l’entrata della scuola, ci sono anche alcune bandiere dei NO TAV.

Ecco, lo so che sono ragazzi, che probabilmente c’è qualcuno dietro di loro che si diverte ad indirizzarli verso direzioni che nulla hanno a che fare con il loro vissuto e che non possiamo prendere tutto troppo sul serio perché sono ragazzi, appunto.
Io vorrei però andare da quei ragazzi e da quelle ragazze e spiegargli come fra un po’ di anni malediranno le carenze infrastrutturali del nostro paese che non ci permettono di muoverci con la velocità che sarebbe degna di un paese moderno.

Trenitalia ha presentato nelle scorse settimane un nuovo treno che collegherà Roma e Milano in 2 ore e 20.
Eppure sappiamo quante opposizioni ci sono state contro l’alta velocità ferroviaria, ma anche contro il raddoppio del tratto appenninico dell’Autostrada del Sole.
Eppure basta chiedere a chi si ritrova spesso a viaggiare per lavoro, quanto sia migliorata la vita di chi deve viaggiare su e giù per il paese.

Insomma, quei ragazzi e quelle ragazze che occupano le scuole dovrebbero chiedere treni più veloci, che riescano a tener dietro alla loro voglia di trovare nuove opportunità.
Dovrebbero sperare di arrivare da Roma a Milano in 1 ora, non auspicare il ritorno ai trenini regionali.

Proprio per questo spero proprio che, chi ha suggerito di mettere quelle insegne NO TAV nelle scuole, sia molto più vecchio dei ragazzi che quella scuola frequentano.

Luca

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Renzi sia chiaro sull’articolo 18

Non sono proprio sicuro che si faranno gli scioperi generali, le scissioni e quanto altro è stato minacciato nel caso in cui il governo dovesse andare avanti con l’approvazione della sua riforma del lavoro.
Di sicuro, su questo punto il governo si gioca la sua stessa esistenza, perché se la riforma non dovesse passare, allora finirebbe il suo stesso motivo di esistere.

Ieri sera Renzi è stato stranamente poco brillante da Fazio (non si va ospiti in una trasmissione poche ore dopo un volo transoceanico) che lo ha invece molto incalzato sull’Articolo 18.
Fazio continuava a chiedere perché, piuttosto che abolire l’Articolo 18, non lo si estendesse invece a tutti (geniale vero? da una parte ti dicono di volerlo abolire perché non è sostenibile per le imprese e te inviti a concederlo a tutti) e Renzi non è stato ficcante nella risposta ed ha creato ancora più confusione.

Perché è vero che il governo vuole ridurre il precariato, concedere diritti a chi non ne ha (parasubordinati), ma è senz’altro vero che vuole anche tagliare un privilegio, che è quello di poter essere reintegrati in un’azienda che semplicemente abbia deciso di non avere più bisogno di te. Non perché tu sia un violento, un assenteista o perché l’azienda stessa sia in crisi; semplicemente perché non rientri più nei piani di quell’azienda o perché si è presentato qualcuno per fare il tuo lavoro che sembra essere molto più bravo di te.

Questo è un argomento cruciale per le aziende, specialmente per quelle estere che vorrebbero venire in Italia.
Vogliono avere la possibilità di scegliere quali lavoratori avere nel loro organigramma, non dovendo essere costrette a stringere un sacro vincolo che li legherà in eterno alle persone che lavorano per loro.

Su questo Renzi deve essere più chiaro.
L’abolizione dell’Articolo 18 è evidentemente un peggioramento per i diritti di alcuni lavoratori, nessuno può negarlo.
Ma siamo nel 2014, buongiorno a tutti, e i tempi sono cambiati già da un po’.
Chiedetelo agli under 40 cosa sia l’articolo 18, per loro è qualcosa di assimilabile ad un patto medioevale che si stringeva tra cavalieri, tanto è anacronistico, visto che per loro non c’è la certezza dell’assunzione, figuratevi del reintegro.

Ai sindacati che promettono scioperi generali (tanto i soldi ce li mettono i lavoratori, sempre loro) ed alla minoranza PD che promette scissioni, vorrei umilmente chiedere quale sia la loro proposta.
Perché la disoccupazione continua a crescere e c’è un solo modo per convincere le aziende ad assumere e questo modo si chiama flessibilità in entrata; io oggi ti assumo, ma se fra sei mesi mi accorgo che non mi piace come lavori, che il tuo lavoro non mi serve più o che c’è un altro che lo può fare meglio di te, io ti licenzio, ti do una buonuscita e poi ci penserà lo stato ad aiutarti a reinserirti.
È una bella cosa? Non lo so, forse no, forse si.
Di sicuro non c’è altra strada.
Estendere i privilegi di chi già ha un lavoro, non ci aiuterà a migliorare l’occupazione.

Renzi deve essere più chiaro, è vero, ma pure voi, cercate di mangiare la foglia.

Luca

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Le camicie sporche di sangue

Andrea Sarubbi, ex deputato del PD, che lavorò molto sui temi dell’immigrazione, scrive una riflessione che parte da un commento sulle parole di Salvini, segretario della Lega, che ha accusato il governo Renzi per l’ennesima tragedia avvenuta nei nostri mari.
Come spiega bene Sarubbi, i migranti hanno ripreso ad arrivare perché la Libia non li ferma più.

Tra quel governo Berlusconi, in cui la Lega giocava un ruolo fondamentale, e questo governo Renzi, in cui il Carroccio è invece all’opposizione, sull’altra sponda del Mediterraneo sono successe parecchie cose. La più rilevante è la rivoluzione in Libia, che ha tolto di mezzo Gheddafi: venuto meno il suo sistema di lager per i migranti senza rispetto delle convenzioni internazionali, l’Italia ha perso la sponda sanguinolenta su cui aveva costruito l’equilibrio per parecchi anni. Ma quel cambiamento che poteva e doveva essere un bene, soprattutto per il rispetto dei diritti umani, ha invece prodotto caos: e così – come ha ammesso più volte la ministra Pinotti, riferendo in Parlamento sull’operazione Mare Nostrum – l’Italia si è ritrovata senza un interlocutore e ha dovuto fare da sola. Riuscendo solo in parte a fermare gli scafisti e a salvare le vite dei migranti, e comunque fallendo sul fronte della deterrenza.

Rimpiangere il trattato con la Libia, voluto da Forza Italia e dalla Lega, significa però non avere ben chiaro quale fosse il trattamento riservato da Gheddafi a chi voleva partire per le nostre coste.
Forse però in Europa qualcosa sta cambiando.

In realtà, di interlocutori ce ne mancano almeno un paio: uno è appunto la Libia – ma c’è da chiedersi, anziché rimpiangere Gheddafi e il nefasto Trattato di amicizia, se il metodo “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” fosse degno di un Paese democratico come il nostro – e un altro è l’Europa, che solo negli ultimi mesi sta prendendo coscienza del problema. Il merito non è di Renzi, né di Letta, né di Monti, né di Berlusconi, ma da un lato di tutti coloro che – parlamentari europei compresi – si sono battuti per la modifica (parziale, purtroppo) del regolamento di Dublino, dall’altro dell’avvicinarsi del semestre europeo: è proprio oggi, con l’Italia alla guida dell’Unione, che comincia davvero la nostra partita, e abbiamo 6 mesi di tempo per chiuderla bene.

Il problema politico è sempre lo stesso. Affrontare il problema dell’immigrazione, in un momento di crisi economica, può soltanto creare problemi di consenso per i governi. Anche per questo l’impegno della Commissione Europea può essere una stampella indispensabile.

Non è corretto dire che abbiamo portato da soli, finora, tutto il peso delle migrazioni: ne sanno qualcosa i partner europei che durante gli anni Novanta hanno aperto le porte, più di noi, ai richiedenti asilo dei Balcani. È innegabile, però, che lo sforzo operativo nel Mediterraneo sia oggi quasi tutto sulle nostre spalle, complice l’inaffidabilità dell’agenzia Frontex (che ci dà gli spiccioli, anche a livello economico) e la resistenza degli altri governi nel mettere in agenda un tema così poco popolare sul fronte del consenso. Il fatto che il neopresidente Juncker stia pensando a un commissario apposito è certamente buon segno, e lo sarebbe ancora di più se questo commissario per le migrazioni fosse italiano.

Affrontare insieme il problema dell’immigrazione per salvaguardare i diritti dei migranti e quelli dei cittadini, specialmente quelli di frontiera.

Luca

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Inseguire Grillo, senza essere Grillo

La campagna elettorale delle prossime Elezioni Europee sta tratteggiando l’immagine di un desolante quadro politico.
Del resto lo diciamo sempre ed ogni campagna elettorale sembra essere peggiore della precedente.

Ad influenzare molto il contenuto ed il linguaggio dei nostri politici, sono secondo me intervenuti due fattori preponderanti:

  1. La Crisi, e quindi la voglia di addossare all’Europa la colpa del peggioramento della nostra condizione di vita
  2. Grillo

Sul primo punto, c’è poco da dire. Stiamo tutti un po’ peggio di quanto non stavamo alcuni anni fa. Gli stipendi non crescono, molti di noi hanno contratto debiti per acquistare la casa o la macchina ed i conti non tornano più. La convinzione che sia tutta colpa dell’Europa, ma sarebbe forse meglio dire dell’Euro, si sta diffondendo sempre di più. Essendo una specie di assioma non dimostrabile, visto che non possiamo sapere come sarebbe andata se non avessimo aderito all’Euro, su questo tema l’opinione pubblica può essere facilmente manovrabile e, visto che stiamo tutti peggio, diventa difficile dire che l’Europa sia stata una benedizione.
I commentatori più prudenti provano anche a dimostrare come senza l’Euro, oggi l’Italia sarebbe messa peggio di com’è, ma gli editoriali vengono letti soltanto dagli editorialisti e da una piccola minoranza di persone, per cui il sentimento anti-europeo può dilagare con facilità.
I politici europeisti quindi si trovano a parlare di Europa con mille distinguo, rimarcando l’importanza di aver aderito a quel patto, ma evidenziandone continuamente i punti deboli. Per gli anti-europeisti è fin troppo facile giocare sulle ambiguità degli avversari.

Sul secondo punto, che è Grillo e che è alla fine assai collegato al punto 1 (se non ci fosse la crisi economica Grillo sarebbe tuttora soltanto un comico) sono stati spesi fiumi di inchiostro. La ragione del suo successo è molto facile da individuare, eppure ancora nessuno riesce a spiegarsi come il suo movimento rischi addirittura di vincere le prossime elezioni europee, sfiorando forse il 30% dei consensi.
Inseguire Grillo sulla via populista parrebbe a me un suicidio politico, visto che nessuno riuscirà a giocare meglio di lui su quel campo. Purtroppo mi pare che anche il PD abbia scelto questa strada.
La frettolosa ed irrituale votazione per autorizzare l’arresto di un deputato del PD la settimana scorsa mi è sembrato un segnale lampante di questa nuova via scelta dal Partito Democratico,
L’inseguimento del consenso della piazza è un altro segnale chiaro.

Matteo Renzi non ha avuto ancora molto tempo per realizzare le riforme che aveva promesso e serve a poco dire che era prevedibile, vista la sua scelta di defenestrare Letta e di salire al governo senza un’investitura popolare e quindi senza una maggioranza parlamentare che fosse coerente con le sue idee, ma temo che inseguire Grillo sulla strada della caciara per cercare di riempire le piazze un po’ più di lui, anche a costo di rinunciare ad idee che dovrebbero essere fondanti in un grande partito democratico occidentale, rischi di essere un boomerang per le prossime elezioni europee.

Perché se io devo scegliere tra Grillo ed una sua imitazione un po’ meno estremista, è probabile che scelga di votare comunque per Grillo.
Il PD si sta trasformando in un partito debole con un leader molto forte e se il partito crolla, allora si fa il gioco del populismo.
E su quello non può che vincere Grillo.

A meno che la strategia di Renzi non sia proprio quella di perdere le elezioni europee per innescare una crisi ed andare a nuove elezioni.
Ma c’è il semestre europeo e francamente questa mi sembra una scelta troppo stupida per un uomo intelligente come Renzi.

Luca

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Il meraviglioso buco nero che fu San Patrignano

Ho letto La collina, romanzo scritto da Andrea Delogu insieme ad Andrea Cedrola.

La Collina racconta la storia di Andrea, bambina nata a San Patrignano.
E’ un romanzo, ma è soprattutto un racconto della vita dentro la più famosa comunità di recupero italiana.
Nel libro, San Patrignano è chiamato “La Collina” ed i nomi dei personaggi sono cambiati, ma è di quello che si parla.
Andrea è la figlia di Walter Delogu, autista ed uomo fidatissimo di Muccioli che poi è diventato uno dei suoi principali accusatori.

Perché in molti abbiamo un’idea forse un po’ vaga di ciò che è stato San Patrignano.
Comunità che ha salvato molte persone dalla droga, in anni in cui l’eroina era davvero un dramma sociale, ma lo ha fatto con metodi illegali e degradanti; botte, reclusioni forzate, stupri, umiliazioni pubbliche.
E San Patrignano ha causato tanti lutti, tanti suicidi ed un omicidio accertato, quello di Roberto Maranzano, massacrato di botte e poi portato fino a Napoli dove fu gettato in una discarica per inscenare un omicidio da collegare ad un regolamento di conti camorristico.

Muccioli nasce come una specie di santone, che mostrava in giro delle stimmate che si era autoprocurato sulle mani, e San Patrignano all’inizio è una specie di comunità apostolica, con 12 discepoli. Santone, ma anche guaritore, tanto che distribuiva ai ragazzi un beverone che doveva essere una cura per l’aids ed in realtà gli distruggeva il fegato.

I genitori dei tossici chiedevano a Muccioli di salvare i loro ragazzi dall’eroina e dalla strada.
E lui lo faceva. Ad ogni costo.
Creando un posto accogliente, su una collina, che nei ricordi di Andrea Delogu è ancora un posto magnifico.

Poi c’è tutto un racconto sulla ricchezza di Muccioli, sulla “Reggia” (così la chiamavano) dentro la quale viveva a San Patrignano, sulle macchine di lusso, sui cani e sui cavalli di razza, che se non erano buoni venivano soppressi, sull’orso preso da un circo (anche quello soppresso), sui voti truccati per favorire i politici amici, sulla corruzione dei poliziotti che coprivano le violenze.
E c’erano sopratutto queste, le violenze appunto. Perché era impossibile fuggire da San Patrignano.
Se lo facevi, prima o poi ti riprendevano e ti punivano.

La Collina ha una scrittura un po’ faticosa per i miei gusti, ma la storia è bellissima e ve la consiglio.

Andrea Delogu, che probabilmente avrete già rivisto in tv (io l’ho sentita per anni nei podcast di Macchiaradio), oggi ha 30 anni ed è stata poco tempo fa alle Invasioni Barbariche, dove ha raccontato un po’ della sua storia.

Luca