Aver paura di chi non ha il senso del ridicolo

Maurizio Molinari, oggi su La Stampa, racconta un dettaglio della guerra che i Curdi stanno combattendo contro l’Isis che non si sa se faccia ridere o se faccia piangere.

Tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze ma intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa: a svelare un possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono i servizi d’intelligence americano e britannico che hanno rilevato una ricorrente anomalia nei movimenti delle unità fedeli al Califfo Al-Baghadadi.
Ad alzare il velo sui contenuti dei rapporti militari è Ed Royce, presidente californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, facendo sapere che «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È stata l’osservazione dei movimenti delle unità di Isis nel Nord della Siria e soprattutto dell’Iraq a portare a tale deduzione perché in più occasioni quando i jihadisti si sono trovati di fronte unità femminili di peshmerga curde hanno preferito evitare rischi.

Nel frattempo, in un messaggio diffuso ieri su Twitter, il portavoce dello Stato Islamico ci ha mandato segnali riconcilianti.

E così vi promettiamo, con il permesso di Allah, che questa campagna sarà la vostra ultima campagna. Sarà interrotta e sconfitta, così come tutte le vostre precedenti campagne, solo che questa volta vi invaderemo noi, e non ci invaderete più. Noi conquisteremo Roma, spezzeremo le vostre croci e renderemo schiave le vostre donne, con il permesso di Allah. Questa è la Sua promessa che ha ci ha fatto; Egli è glorificato e non tradisce mai le sue promesse. Se non ci riusciremo questa volta, saranno i nostri figli od i nostri nipoti a riuscirci e loro venderanno i vostri figli come schiavi al mercato degli schiavi.

Mercato degli schiavi, nel 2014.
Di nuovo, non si sa se ridere o se piangere.

Luca

Immagine | (Ahmed Jadallah/Reuter)

Che fai di lavoro? Guardo decapitare le persone

Il Post ha tradotto un articolo del Washington Post scritto da Aki Peritz, un ex analista della CIA che durante la guerra in Iraq aveva l’incarico di trovare e visionare tutti i filmati e le foto diffuse su internet da al Qaida.

Aki Peritz commenta la recente diffusione su internet di materiale che mostra esecuzioni, decapitazioni e mutilazioni compiute dall’ISIS in Iraq.
C’è una particolare strategia, dietro la diffusione di questi materiali, ed è legata alla propaganda jihadista che tenta di reclutare nuovi fedeli da mandare in battaglia.
Al Zarqawi ha fatto scuola (ricordate la decapitazioen di Berg in Iraq? Io si, purtroppo) e oggi l’ISIS prova ad imboccare la stessa strada. È tutto molto orrendo e mi fa personalmente dubitare nel futuro dei paesi arabi.
C’è però una buona notizia, forse.

La passione dell’ISIS per gesti così macabri dimostra come i suoi leader governerebbero l’autoproclamato “califfato” che attraversa Iraq e Siria. Ma la loro sete di sangue è anche la loro crisi; dopo tutto, nessun’altra organizzazione o tribù sunnita condivide questo livello di fanatismo. È difficile immaginare che una situazione di equilibrio e stabilità politica possa tollerare questo genere di azioni. I sunniti alla fine si rivolteranno contro l’ISIS, come hanno già fatto in passato. Quando accadrà, però, aspettatevi ancora più bagni di sangue – e quindi ancora più video rivoltanti.

Insomma, ci vorranno altre esecuzioni, altre decapitazioni, altro sangue e altra cattiveria, per riuscire a superare questo momento.
E dopo?
E dopo nessuno lo sa. La ruota prima o poi smetterà di girare.
Prima o poi.

Luca

No alla guerra, anche se la guerra c’è già

Rimango un po’ basito nel leggere dichiarazioni pubbliche e private di persone più o meno famose sul possibile attacco in Siria.

Molti dicono di essere contrari alla guerra.
Del resto, lo siamo tutti, o quasi.
Qui però non stiamo parlando di invadere l’Iraq per rovesciare un regime.
E nemmeno di dichiarare guerra all’Afghanistan perché offre copertura e riparo ai terroristi.

In Siria la guerra c’è già.
Da almeno un anno e mezzo.
Ed ha fatto almeno 100.000 morti e 2 milioni di profughi.

Poi, per carità, accetto tutte le prese di posizione, favorevoli o contrarie.
Ma se dite “No alla guerra!” aspettatevi che qualcuno vi batta su una spalla e vi dica “Amico, la guerra c’è già”.
E forse sarebbe giusto fare qualcosa per fermarla.

Più di un anno fa Amnesty Internationl rese pubblico un rapporto fatto da Donatella Ravera che aveva visitato la Siria.

Ovunque sia andata, ho incontrato persone stravolte che chiedevano perché il mondo stesse a guardare e non facesse nulla. Questa mancanza d’azione da parte della comunità internazionale non fa che incoraggiare ulteriori violazioni. Poiché la situazione continua a peggiorare e il computo delle vittime civili sale di giorno in giorno, la comunità internazionale deve agire per porre fine alla spirale di violenza.

Sarà la paternità ad avermi reso fragile, ma secondo me i bambini morti gassati per mano di Assad varrebbero l’attacco con droni contro postazioni siriane.

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Bodies of children whom activists say were killed by gas attack in the Ghouta area, lay on floor in the eastern suburbs of Damascus August 21.(Mohamed Abdullah/Reuters)

E se l’attacco con i droni causasse vittime civili?
Li causerà di sicuro.
Abbiamo finora armato i ribelli, che non sono migliori del regime che combattono. La guerra la stiamo già facendo per interposta persona. Stiamo già facendo vittime civili.
Bisogna scegliere tra un male ed un altro male.
Assad continuerà la strage finché la comunità internazionale non interverrà.

Poi facciamo pure la nostra invocazione contro la guerra, diciamo la nostra preghierina e chi se ne frega.
Ma essere contrari ad un intervento militare contro la Siria non significa essere per la pace.
Significa semplicemente fregarsene del popolo siriano e girare la testa da un’altra parte.

Luca

Che differenza c’è tra il possibile attacco alla Siria e quello all’Iraq?

In molti in queste ore fanno parallelismi tra l’attacco all’Iraq di Bush junior ed il possibile attacco alla Siria.
Sono cose del tutto diverse.

Daniele Ranieri, giornalista del Foglio che va spesso in Siria e i morti ammazzati li ha visti di persona ha elencato su Twitter alcune differenze principali.

1 Per chi si fosse messo in ascolto soltanto in questo momento, ricapitoliamo le differenze tra Iraq 2003 e Siria 2013.
2 In Iraq l’uso delle armi di distruzione di massa era “una minaccia” e fonti a cui potevamo fare riferimento erano governi e intelligence.
3 In Siria le armi di distruzione di massa sono usate sui civili.Lo dice Médecins Sans Frontières: 3.600 casi di esposizione a neurotossici. (qui il comunicato, ndr)
4 In Iraq c’è stata un’invasione di terra, a cui sono seguiti anni di guerriglia feroce, con perdite enormi tra i civili e tra i soldati.
5 In Siria ci sarebbe un attacco aereo limitato contro installazioni militari. L’ultima cosa che intendono fare è invadere con i soldati.
6 In Iraq c’era una dittatura brutale ma stabile. In Siria ci sono 1.000 morti a settimana e la situazione sta peggiorando.
7 Questione cristiani Siria. Mi chiedo se la religione cristiana va molto d’accordo con il gassare civili sunniti per tenerli al loro posto.
8 Questione cristiani, II. Assad appoggiava gli squadroni della morte che hanno distrutto la comunità cristiana in Iraq negli anni scorsi.
9 La minaccia dello strike internazionale aveva già prodotto effetti reali in Siria. Basi evacuate e interruzioni nei bombardamenti.

Questo è, invece il preambolo fatto da Daniele Ranieri.


Luca