Quando le cose sono troppo brutte per riuscire persino a raccontarle

Viviamo un periodo offuscato da nubi così nere, che a volte è veramente difficile riuscire solo a parlare di certe proposte politiche che vediamo prendere forma nel nostro paese ed in altri.

L’effetto è un po’ quello di Rachel Maddow, una delle giornaliste televisive più famose in America, che si è bloccata mentre leggeva la notizia dell’apertura di centri di detenzione per bambini al confine tra Messico e USA.
Si è commossa e non è riuscita a finire di leggere la notizia.
La storia è questa.

Credo che molti di noi si siano immedesimati con la reazione di Rachel Maddow, perché spesso ci sentiamo come lei.
Di fronte al comparire di certe notizie, ma soprattutto di fronte alle giustificazioni fornite da persone con le quali condividiamo il nostro cammino su questa terra, l’unica reazione sarebbe quella.
Mettersi a piangere.
Come quando sei bambino, e provi a spiegare ad un grande una cosa che sai che il grande non capirà, e allora ti metti a piangere, per la disperazione di non riuscirti a farti capire, e poi il pianto diventa disperato, perché sai che il grande ti riterrà debole, incapace di comunicare le tue idee, e sai che il grande penserà: “Poverino, piange perché si è reso conto di aver torto e non sa come uscire dalla situazione”.

Ci sentiamo spesso come quei bambini che non riescono a farsi capire dai grandi.
Perché sembra perfino impossibile dover spiegare come mai creare un registro dei cittadini Rom residenti in Italia sia una cosa aberrante. Aldilà del giudizio che abbiamo sullo stile di vita dei Rom. Aldilà di tutto.
O che dividere i bambini dai loro genitori, mentre provano ad entrare negli USA, e darli in adozione ad altre famiglie sembra una di quelle favole sadiche dei fratelli Grimm.

Eppure vediamo continuamente, sui dannati socialcosi, e nella vita reale, persone che pensiamo di conoscere, sostenere e giustificare quelle idee aberranti.
Toccherà provare a non piangere e a cercare di spiegare la nostra posizione.

Perché qui stanno uscendo i mostri dalle fottute pareti.
E piangere non li farà scomparire.

Luca

Foto | (John Moore/Getty Images)

Come pensavate che potesse essere la foto di un bambino morto annegato?

Quando ieri sera ho visto apparire su Twitter la foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, sono rimasto sconvolto.

È una foto (sono foto) tremenda.
La foto di qualunque bambino morto è tremenda, perché la morte non può essere associata all’immagine di un bambino.
È una associazione che la nostra ragione rifiuta.

La discussione si è incentrata, come è tipico dell’onanismo giornalistico, sul fatto se fosse giusto o meno far vedere quella (quelle) foto.
Molti giornali l’hanno messa in prima, affiancata da editoriali che ne spiegano il motivo della pubblicazione.
Tutti, o quasi, concordano sul fatto che sia giusto far vedere quella foto, perché non possiamo più far finta di niente.

E io mi chiedo come pensavamo che fosse un bambino morto affogato.
Quando abbiamo sentito mille volte raccontare di un barcone affondato, con a bordo anche donne e bambini, come pensavamo che apparissero i corpi di quelle donne e di quei bambini?

Io vorrei che avesse ragione Mario Calabresi, che oggi scrive così su La Stampa:

il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Vorrei che avesse ragione.

Ma non ci posso credere che ci servisse vedere la foto di un bambino morto affogato per renderci conto che non può mai essere giusto che i bambini muoiano mentre scappano da un altro tipo di morte.
Se fosse così, saremmo troppo stupidi.
O saremmo troppo intelligenti se, dopo aver visto quella foto, riuscissimo a cambiare idea.

Luca

Foto (Dan Kitwood / Getty) | The Atlantic

Esco di rado e parlo ancora meno

Negli ultimi mesi è molto cambiato il mio rapporto con questo blog, con internet, con il rutilante mondo dei social.
Non scrivo quasi più niente, anche se continuo a leggere quello che scrivono gli altri.
Non è che non abbia cose da dire, è che là fuori ormai siete in troppi per poter parlare liberamente.

Capisco perché i ragazzi siano fuggiti da Facebook.
Sai che ogni cosa che scrivi verrà letta da chiunque, almeno fino al quarto grado di parentela.
E sinceramente, è difficile che da adolescente tu possa esprimere liberamente quello che pensi quando sai che tutti i tuoi conoscenti adulti ti leggeranno.

Per me vale un po’ lo stesso, anche se l’adolescenza l’ho superata da un po’.
Prima di scrivere qualcosa, ci pensi talmente tanto, che alla fine decidi quasi sempre di lasciar perdere.

A disorientarmi, non è soltanto il fatto che sui social ormai ci siano tutti, ma è anche la quantità e la qualità delle cose che il tuo newsfeed ti propone. Negli ultimi mesi sono sicuramente di più i contenuti che nascondo di quelli che condivido.

In questi giorni di emergenza migratoria, il disorientamento è cresciuto, perché vedo scorrere immagini raccapriccianti che non so come affrontare. La foto dei cadaveri dei migranti ammassati dentro il camion aggiunge qualcosa alla nostre idee sulle politiche migratorie?
Ha senso far girare quelle immagini dentro ad un social network che è principalmente legato allo scazzo ed al divertimento?
Devo io sentirmi in colpa per quei morti, quando ormai ho litigato con chiunque conosca per difendere il dovere di soccorrere i clandestini?
Ha senso condividere quelle foto per denigrare politici populisti come Salvini o Grillo che sulla immigrazione ci stanno costruendo un consenso politico?

Ovviamente, non ho risposte, mi limito ad osservare, a leggere e a tentare di farmi un’idea delle cose.
Come stasera, quando ho letto la riflessione di Massimo Mantellini nella quale ho ritrovato un disorientamento simile al mio.

Sulla questione dei migranti, vorrei dire una cosa soltanto.
Aldilà delle politiche degli stati, dell’Unione Europea, dell’ONU e di tutto quello di cui vi riempite la bocca, aldilà di tutto questo, ci sono soltanto due strade.
Al padre siriano che sbarca su una spiaggia, mentre tiene in braccio la figlia ed il figlio, potete dare soltanto due risposte: si o no.
Potete rispedirlo a casa o potete soccorrerlo.

Perché aldilà di tutte le grandiose seghe mentali che si leggono sui vostri post, le scelte sono soltanto due.
E vi auguro con tutto il cuore di non ritrovarvi mai nelle condizioni di quel padre.

Luca

Foto | Daniel Etter for The New York Times

Non distogliere lo sguardo, per capire

Il Corriere della Sera e la RAI hanno presentato “La scelta di Catia – 80 miglia a sud di Lampedusa” un documentario girato a bordo di una nave della Marina Militare italiana al comando di Catia Pellegrino, impegnata nell’operazione Mare Nostrum.

Marco Imarisio la presenta così:

Non sono le immagini dei corpi adagiati sul fondale a comporre un cimitero sotto al mare, anch’esse tremende ma in qualche modo definitive. Questo filmato fa entrare in un zona dove la vita e la morte sono vicinissime, come spiega uno dei soccorritori. L’elicotterista quasi supplica, fate in fretta, fate in fretta. Ci sono i bambini che non vogliono lasciare il corpo ormai inerte dei genitori, le donne che non urlano per farsi issare a bordo, urlano di disperazione perché accanto ci sono i loro bambini che ormai non sollevano più la testa. E poi, anche a costo di sfidare la retorica: ci sono le donne e gli uomini della nostra Marina militare. Gente con facce, vita e famiglie come le nostre. Costretti a immergersi per raccogliere i corpi di quei bambini e poi abbandonarli nuovamente in acqua, perché sulla motovedetta non c’è spazio sufficiente per i vivi e per i morti, bisogna fare una scelta. Come quella, molto più facile, di mettersi davanti a uno schermo. E guardare. Tutto, senza distogliere mai lo sguardo. Per capire, una volta per tutte.

Guardatelo questo filmato, perché leggere le cronache sui giornali non vale niente rispetto a sentire le urla di quei genitori che implorano i marinai di prendere a bordo i loro figli che stanno annegando.

Il documentario sarà trasmesso da RAI 3 in prima serata il 6 Ottobre e pubblicato a puntate sul sito del Corriere a partire dal 29 Settembre.

Abbiamo tutti un grande debito di riconoscenza verso la nostra Marina Militare.

Luca