Se c’è una cosa che mi aveva convinto della mozione Marino per la segreteria del PD era stata la sua idea sul precariato.
Marino non diceva la cosa populista ed impossibile di abolire il precariato, ma faceva una proposta secondo me interessante ed uguale a quella che c’è in quasi tutti i paesi occidentali.
I contratti di lavoro troppo rigidi praticamente legano a doppia mandata l’azienda con i lavoratori assunti a tempo indeterminato.
Questo ha fatto esplodere i contratti a tempo determinato che vengono rinnovati fino a che è possibile e poi si parte da capo con un altro lavoratore.
Una azienda deve poter licenziare un lavoratore che non è produttivo o che non riesce più a pagare a causa di una crisi finanziaria.
Accanto a questo devono essere ovviamente create tutta una serie di azioni di sostegno ai lavoratori che restano senza lavoro.
Continuare a rendere blindato il lavoro fisso fa si che le aziende non assumano più gente a tempo indeterminato.
Ovviamente questa cosa non è possibile farla in Italia, dove i sindacati difendono in modo indiscriminato tutti, dai dirigenti pubblici ai piloti Alitalia.
Eppure rivedere i contratti sarebbe importante e porterebbe un po’ più di equità tra i lavoratori.
Ogni riferimento alla mia situazione lavorativa ovviamente non è casuale.
A suo tempo espressi la mia delusione per la mancata candidatura di Pippo Civati alla segreteria del PD.
Tramontata l’ipotesi Chiamparino si scelse di appoggiare Ignazio Marino in un ipotetico ticket con Civati.
In quanto principale promotore della terza mozione, in aggiunta alle altre due, formatisi in tempi precedenti all’apertura della stagione congressuale, devo dire che avrei voluto muovermi in uno schema che avevo chiamato «Chiamparino, Marino, Piombino», aggiungendo – con un simbolo e con la sua forza politica – la battaglia del cosiddetto territorio a quelle che abbiamo poi sviluppato. Lontani da Roma (nel senso del politicismo) e vicino alle persone. Chiamparino si è sfilato e il ‘vuoto’ in quel campo non abbiamo saputo recuperarlo.
In realtà il ticket non c’è mai stato davvero e molte delle istanze provenienti da iMille e da tutti quelli che vi hanno più o meno ruotato intorno sono state coperte ed offuscate dalla campagna elettorale di Marino che è apparsa monotematica (leggi laicità) ed ha sempre più forzato i toni strizzando più di un occhio al modo di intendere la politica di Di Pietro.
Pippo Civati si chiede dove abbia sbagliato.
Per me il suo unico errore è stato quello di non candidarsi anche a costo di andare incontro ad un insuccesso, ma è facile pretendere che gli altri facciano cose mirabolanti quando noi ce ne stiamo rintanati nel nostro comodo guscio.
Quindi Civati non si deve rimproverare niente.
Marino non gli ha permesso di avere maggiore visibilità e questo è andato credo a discapito soprattutto di Marino stesso:
Avrei dovuto insistere perché la mozione desse visibilità a un gruppo dirigente esteso e rinnovato, ma ero parte in causa (lanciato nel ticket con Marino, che poi si è parecchio ridimensionato, non mi pareva gentile insistere e non ho insistito per avere più visibilità). Il nostro candidato, però, è parso al grande pubblico molto solo (sempre meglio che male accompagnato, penserà qualcuno…) e questo non gli ha giovato.
Ora che Rutelli con il suo codazzo se ne è andato costruire un Partito Democratico potrebbe essere perfino più facile.
Nel dibattito post primarie, in molti fanno vedere quanto sarebbe stato diverso il risultato se avessero votato soltanto i ggiovani.
Gli elettori tra i 16 ed i 24 anni hanno votato Franceschini con il 43%, Bersani con il 37% e Marino con il 20%.
E tutti a dire largo ai giovani, abbasso i vecchi e cose così.
A parte il fatto che a dire queste cose sono sempre i vecchi, ma poi siamo sicuri che sarebbe stato meglio?
Meglio Franceschini segretario sostenuto dalla mozione Marino di Bersani segretario?
Io non ne sono molto convinto.
Domenica vado a votare per le primarie del PD.
Il mio voto andrà ad Ignazio Marino, nonostante alcuni dubbi ed alcune perplessità.
Avrei voluto votare Franceschini per il suo anti-berlusconismo, ma è il segretario in carica ed è stato il vice-segretario dell’era veltroniana, e la responsabilità dello sfacelo è anche sua.
Avrei voluto votare Bersani perché penso che sarà lui il segretario, ma dietro Bersani c’è D’Alema con i suoi intrallazzi e poi non posso votare una mozione che propone come capolista in Campania Bassolino ed in Calabria Loiero.
Voterò per Marino perché con lui hanno lavorato tante persone che stimo, a partire da Pippo Civati e perché è l’unico che sembra avere veramente un’idea di partito democratico che sia diverso dalla democrazia cristiana.
Voglio dire, non è che nel PD ci sia poco casino.
Ora ci si deve mettere anche Scalfari ad alzare polveroni ed a proporre di cambiare, in corsa, le regole delle primarie.
Attualmente, secondo lo statuto del PD, se nessun candidato raggiunge il 50% dei voti sarà l’assemblea del PD a decidere il segretario.
Scalfari prevede di togliere questo passaggio e di far vincere chi ottiene più voti.
Lo so che lo statuto del PD è una cosa grottesca e il meccanismo farà anche schifo, ma le regole sono queste.
Punto e basta.
La prossima volta ne riparliamo.
Possibile che dobbiamo sempre trovare delle scappatoie e delle vie alternative alle leggi?
Oltre tutto Bersani prenderà più del 50% ed il problema quindi non si pone.
E Scalfari non venga a far casino pure lui.
E che due palle.
Insomma, sembra che Bersani abbia stravinto le elezioni come segretario del PD.
Marino è andato bene, molto bene al Nord.
In molti circoli ha superato Franceschini che, di conseguenza, è andato piuttosto male.
Ora il geniale regolamento del PD prevede che, una volta ufficializzati i risultati, si svolgano anche le primarie.
Tutti si augurano che Bersani vinca anche lì, altrimenti ci sarebbe da ridere.
Intanto oggi Rutelli presenterà il suo libro nel quale sembra che manifesterà la sua rottura col PD.
Ma anche no, che se tante volte il governo cadesse non si sa mai.
Il momento per tornare a fare politica è ora.
Magari Bersani ci sorprende e riesce pure a fare qualcosa di buono.
Che meglio di Franceschini è indubbiamente piuttosto facile. Il tricolore piantato alle sorgenti del Po per scimmiottare la Lega è il degno gesto finale di un segretario inadatto ad un compito che non ha mai dato l’impressione di meritare veramente.
So bene che alla gran parte di voi non potrebbe fregare di meno, ma il nuovo segretario del PD potrebbe essere eletto senza che i candidati si siano mai confrontati pubblicamente.
Ignazio Marino chiede un dibattito pubblico, ma Franceschini e Bersani glissano.
E’ così difficile confrontarsi a viso aperto?
Mi hanno chiesto di scrivere una cosa per il blog dei Mille.
Eccola.
Se c’è una cosa che mi piace della linea editoriale de Il Foglio è la sua attenzione nel non concedere nulla al giustizialismo di maniera che ormai imperversa nel nostro paese.
Giuliano Ferrara però a volte inserisce dei punti di discontinuità improvvisa in questa linea editoriale che rappresentano delle vere cadute di stile.
E’ il caso della campagna che il quotidiano dell’elefantino sta conducendo contro Ignazio Marino.
Non voglio cercare di dimostrare l’innocenza di Marino, visto che l’ha fatto già lui stesso con dovizia di particolari, ma vorrei portare acqua al dibattito sulla questione morale e sulle concessioni degli iscritti e dei simpatizzanti del PD nei confronti del giustizialismo “alla Di Pietro”.
E’ bastato leggere i commenti nel post di Pippo Civati per capire che una riflessione su di noi forse dovremmo iniziare a farla.
Si, perché siamo passati da un doveroso dibattito sulla questione morale ad un’isteria collettiva alla ricerca della persona perfetta senza macchia che non abbia nemmeno mai parcheggiato una volta in doppia fila la sua automobile.
Un partito democratico moderno deve saper distinguere tra le questioni morali vere e quelle bacchettone, queste ultime invocate spesso da chi è sempre disposto a gettare la croce addosso agli altri senza mai volersela caricare nemmeno per un minuto.
Cadere nella provocazione de Il Foglio significa far entrare nel dibattito precongressuale il clima scandalistico e becero che va bene forse nel blog di Beppe Grilllo od in quello di Antonio Di Pietro, ma forse è fuori luogo in un ambiente che dovrebbe essere garantista prima che giustizialista.
Manteniamo la calma, almeno noi.
Perché quando quest’epoca di crociate contro gli infedeli sarà finita dovremo avere la lucidità per riprendere il discorso sul dove sia finito questo nostro paese e su quale possa essere il nostro contributo per aiutarlo (ma avrei voluto scrivere “salvarlo”).
Il buon Giuliano Ferrara tenta lo scoop contro il suo nemico giurato Ignazio Marino, ma prende una cantonata clamorosa.
L’inchiesta de Il Foglio è una panzana e Marino spiega perché:
Fui io stesso a comunicare con una e-mail che avevo commesso un errore nella presentazione dei rimborsi, avendola inviata sia a Palermo che a Pittsburgh. In realtà i rapporti tra me e l’Università erano diventati tesi perché sapevano che avevo siglato un preaccordo con la Thomas Jefferson University di Philadelphia per andare a dirigere il centro di trapianti del fegato. Negli ultimi tempi era diventato molto difficile lavorare in Sicilia. Questo cambiamento lo registrai con l’arrivo di Totò Cuffaro alla Regione. Fino a quel momento nell’Istituto che dirigevo l’unico criterio che mi aveva guidato nelle assunzioni del personale era stata la meritocrazia. Gestii anche le gare d’appalto per la costruzione del Centro per un importo di circa cento miliardi di vecchie lire. Quando la prefettura mi avvisò che il Cda dell’impresa che aveva vinto la gara faceva riferimento ad un uomo arrestato per mafia invalidai l’intera gara. Fui denunciato dalla ditta e fu un periodo complicato, ma andai avanti perché ottenemmo importanti risultati: effettuai il primo trapianto di fegato in Sicilia, il primo trapianto di fegato da paziente vivente e il primo su un sieropositivo. Cento trapianti di fegato e reni dal 1999 al 2002. Poi, ad un certo punto, sono iniziate le pressioni, ingerenze sempre più insistenti per la selezione del personale. Quel clima mi toglieva la serenità per fare il mio lavoro e ho iniziato a considerare altre proposte che mi arrivavano dall’estero. Le ragioni che mi portarono via dalla Sicilia allora sono le stesse chi mi hanno spinto a candidarmi per la segreteria del Pd oggi: portare in Italia regole, merito, responsabilità, trasparenza.
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