La meraviglia del Nanga Parbat

Matteo Zanga documenta con le sue foto il tentativo di Simone Moro di scalare in invenro il Nanga Parbat

nanga parbat

Simone Moro, uno dei più forti alpinisti italiani, si sta preparando a scalare il Nanga Parbat.
Sarebbe la prima scalata invernale di una delle montagne più alte ed insidiose della terra.

Ieri l’ottimo Matteo Zanga, fotografo della missione, ha scattato questa foto alla parete Diamir del Nanga Parbat.

Simone Moro racconta la sua avventura in un blog della Gazzetta.
Anche Matteo Zanga ha un blog nel quale racconta il suo lavoro di fotografo a seguito di una spedizione alpinistica.

Guardando le loro foto e leggendo i loro racconti riusciamo quasi a capire come sia possibile aver voglia di tentare imprese tanto impossibili.

Luca

Walter Bonatti

walter bonatti

La scomparsa di Walter Bonatti è un avvenimento triste.
Per quanto possa essere triste la scomparsa di un signore ultraottantenne.

Bonatti, se non lo sapeste, è stato uno dei più grandi alpinisti della storia. Non uno di quelli alla ricerca dei record, ma un esploratore vero.
Walter Bonatti è stato anche un grande giornalista e scrittore.

Ed era una bellissima persona.

Se avete figli adolescenti, regalategli uno dei suoi libri.
Una specie di Salgari che però ha vissuto le avventure davvero, in prima persona.

Walter Bonatti era un italiano di cui dobbiamo andar fieri.
E non è poca cosa.

Luca

Dov’è il limite?

Sara Sottocornola di Montagna.tv ha scritto oggi una riflessione molto interessante su quella che è l’eterna domanda che si pone chi segue l’alpinismo: ha senso inseguire un purismo esasperato?

Siamo i primi ad amare la montagna, l’alpinismo e tutto ciò che vi ruota intorno. Lo dimostriamo tutti i giorni, nel bene e nel male, raccontando le loro storie. Lungi da noi l’intenzione di dar corda a chi usa l’infelice espressione della “montagna assassina” o a chi vede gli alpinisti come dei pazzi suicidi. Ma nei giorni scorsi ci siamo chiesti se non esista un limite.

La risposta a chi si sta domandando se non stiamo esagerando sono questi nomi. Tomaz Humar, Michele Fait, Roby Piantoni, Max Schivari, Serguej Samoilov, Oscar Perez, Piotr Morawski, Franc Oderlap, Cristina Castagna, Wolfgang Kolblinger, Go Mi Sun. E altri ancora. Non è la formazione dell’ultimo “dream team” diretto in Himalaya. Ma l’elenco dei morti degli ultimi mesi. Mesi, non anni.

Insomma, c’è chi pensa che sarebbe ora di ritornare un po’ indietro e rinunciare allo stile alpino duro e puro, quello di Messner e degli altri grandi.
Perché quando iniziano a morire come mosche, non gli alpinisti improvvisati, ma i migliori, allora forse è il segnale che siamo arrivati al limite ed è meglio rinunciare ed iniziare la discesa.
Insomma, portarsi un medico al campo base od utilizzare la tecnologia non sono segni di debolezza, ma di amore per la vita.

Luca

Karl Unterkircher ed il Nanga Parbat

Karl Unterkircher di fronte al Nanga Parbat

Non ho mai arrampicato.
Soffro pure un po’ di vertigini.
Però adoro la montagna e sono affascinato dalle storie degli uomini che provano a conquistarle.

Da ieri Karl Unterkircher è disperso sul Nanga Parbat, dopo essere precipitato in un crepaccio.
I suoi due compagni di scalata, Walter Nones e Simon Kehrer, non potendo tornare indietro, hanno dovuto continuare a salire per raggiungere la fine della parete e tentare di tornare al campo base.
I tre alpinisti stavano tentando di aprire una nuova via sulla parete Rakhiot della montagna terribile.

Senza voler essere fatalisti ad ogni costo, vorrei farvi notare che Karl Unterkircher è morto proprio nel punto che sembrava temere di più:

Il seracco intermedio deve fare il “bravo” da 8 a 10 ore, non chiediamo poi tanto. Sfrutteremo una costola nevosa fino sotto la fascia di rocce dove ci ripareremo per la notte. Martedì speriamo di riuscire a saltare sopra al “nostro” seracco intermedio. Allora saremo a cavallo del pilastro: dopodiché toccherà a noi riuscire a superare la parete. Una volta che avremo raggiunto il pianoro sommitale, punteremo la vetta.

Silvio Mondinelli coordinerà la missione di soccorso che partirà domani dall’Italia per tentare di salvare gli altri due alpinisti.

I tre alpinisti avevano scalato due settimane fa il Chongra Peak.
Qui il loro video con la testimonianza dell’impresa.
Le immagini ed i suoni della natura ripresi dalla telecamera riescono forse a farci capire meglio cosa spinge questi uomini a sfidare le montagne a costo della loro stessa vita.

Luca

Il K2 di Marco Mazzocchi


Stavo sonnecchiando sul divano, quando sullo schermo della TV mi appare la faccia di Marco Mazzocchi tutto imbacuccato dentro una tenda.
Mi rendo conto che è la seconda puntata del reportage sulla missione italiana che quest’estate ha tentato di scalare il K2.
La settimana scorsa avevo visto la prima puntata.
Come tutti i documentari di alpinismo, mi era molto piaciuto.

Insomma, il documentario era quasi finito e due italiani avevano appena raggiunto la vetta.
Uno scenario incredibile, ma è tardissimo, sono le 18:30 e si sa che il K2 uccide soprattutto durante la discesa.
Guardo Mazzocchi che parla alla radio con uno dei due italiani.
Sono in mezzo ad una tempesta di neve, è notte e non riescono a vedere le tende del Campo 4.
Dopo un po’ vedono la luce e raggiungono gli altri due italiani che avevano rinunciato alla conquista della vetta, sono arrivati al Campo 4.
La mattina dopo Mazzocchi parla con uno dei due italiani e scopre che l’altro al Campo 4 non è mai arrivato. Durante la discesa è rimasto indietro e non è più arrivato alla tenda.
Insomma, è morto.
Impossibile che sia sopravvissuto una notte intera sotto una tempesta di neve.

Sarà che a me queste storie sul K2 mi hanno sempre affascinato, ma insomma, ecco, ci sono rimasto male.
Mica puoi fare una trasmissione drammatica con Mazzocchi…
Io sono abituato a vederlo alla Domenica Sportiva.
Ed invece è stato bravo.

L’alpinista che è morto si chiamava Stefano Zavka, era una guida alpina di Terni ed è morto il 20 Luglio sul K2.
Il corpo non è ancora stato ritrovato.
Questo era il suo sito.
Approfondimenti sulla storia li potete trovare su Montagna.tv.
Ci sono state inevitabili polemiche, soprattutto perché Zavka è stato lasciato indietro senza avere la radio che ha invece permesso al compagno di salvarsi.

Questa è la lettera scritta dall’alpinista superstite al compagno scomparso.
Mica tutti nasciamo eroi.

Luca