Un naufragio ed il primo giorno di libertà

Con il garbo che lo contraddistingue, Adriano Sofri ha terminato di scontare la sua pena senza fare proclami.
Una politica debole e codarda non ha mai voluto scegliere cosa fare di lui, fino alle ultime penose messe in scena del Ministro Castelli (si, Castelli è stato Ministro della Giustizia).
Sofri avrebbe meritato la grazia, come molti altri direte voi, si come molti altri.
Ma lui sicuramente la meritava.

Ora è libero e la prima cosa che ha fatto è stata quella di andare all’Isola del Giglio per raccontare quello che succedeva là.
Il suo articolo è molto bello.

Leonardo tiene le mani sprofondate nelle tasche e parla col mento dentro il colletto, come un lupo di mare. Ha un suo battellino a remi, ha dieci anni, fa la quarta. “La mamma mi dice: ‘Oh, apri la finestra’. C’era il saluto della nave”. Al Giglio – spiega la mamma – il suono della sirena si dice “tufare”: la tufa era la conchiglia in cui soffiare. “Ho salutato. Loro erano in pericolo, noi non ce eravamo accorti, aspettavamo i tre fischi. Poi abbiamo capito e l’allegria è finita. Hanno buttato l’ancora, i megafoni dicevano Calma, i passeggeri urlavano. Il babbo è uscito con la barca ad aiutare. Il babbo è pescatore, meccanico e ormeggiatore. Quando hanno cominciato ad arrivare le scialuppe ero già sulla punta del molo. Arrivavano zuppi. La mamma mi ha detto: adesso tu vai a letto. Ma adesso io non avevo sonno. Portavamo le persone alla chiesa, abbiamo distribuito l’acqua, il tè e le coperte. Piangevano, volevano andare a casa, non si capivano. I bambini piccoli li mandavamo all’hotel Bahamas o all’asilo”.

Luca

Soluzione alternativa per la vicenda Battisti

Io tutto questo parlare della vicenda di Battisti proprio non lo sopporto più.
Mi sembra che ci siano problemi più urgenti in Italia.

Ieri al dibattito si è aggiunto l’immancabile Massimo Fini che, quando c’è da giocare a chi la spara più grossa, difficilmente arriva secondo.
La teoria è la stessa di sempre.
Berlusconi è un tiranno che delegittima la magistratura e quindi perché il Brasile dovrebbe fidarsi a consegnare un ricercato ad un paese governato da un cotanto malfattore?

Sono i sillogismi tipici del travaglismo che si è impadronito di noi e che porta in molti ad esempio a credere alle classifiche secondo cui l’Italia è messa peggio del Benin nella classifica dei paesi con migliore libertà di stampa

Fini poi si perde in un parallelo tra la vicenda di Sofri e quella di Battisti, facendo un gran casino e dicendo cose false.
Tra cui quella secondo cui Sofri sarebbe libero, mentre è agli arresti domiciliari per motivi di salute (è la differenza non è piccola).
Conclude poi così il suo articolo:

All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto. Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.

Ecco, non volendo mandare Battisti in Burkina Faso, facciamo così.
Spediamo Massimo Fini in Brasile e lo mandiamo a vivere un mese in una favela di Rio insieme a Battisti.

Vedrai come ritornano.

Luca

Si, ma come è morto Pinelli?

L’avevo promesso e l’ho fatto.
Ho comprato e letto il libro di Adriano Sofri sulla morte di Pinelli.

L’ho trovato molto documentato (non ne dubitavo), quindi piuttosto noioso (idem), ma anche sorprendente.

Sono rimasto sorpreso nel capire che nemmeno Sofri ha capito cosa sia successo veramente in quella stanza della questura di Milano.
Nel leggere il libro credevo che Sofri avrebbe cercato di dimostrare che Pinelli fù gettato dalla finestra.
Non è così. Anche lui non è giunto ad una conclusione certa. E lo dice.

Io, come Sofri, non riesco a credere all’incidente, cioè che Pinelli sia caduto per un malore.
Non credo neppure al suicidio, perché non mi sembra che ci fossero i presupposti (ma mi potrei sbagliare).
Non resta che l’omicidio, ma mi sembra impossibile che qualcuno, a mente fredda, con il clima che c’era in quei giorni a Milano, abbia deciso di fare una cosa del genere.

Eh allora?

Ecco, è la stessa domanda che mi sono fatto alla fine del libro.

Insomma, se volete sapere qualcosa in più sulla morte di Pinelli, leggetevi il libro di Sofri.
Ma se volete sapere come diavolo ha fatto a cadere da quella finestra, beh potete risparmiarvi la fatica.

Pinelli è morto.
Il commisario Calabresi anche.
Questo è tutto quello che possiamo dire.

Luca

La notte che Pinelli

Un anno fa lessi il libro di Mario Calabresi e mi piacque così tanto che ve ne consigliai la lettura.

Oggi, o meglio fra qualche giorno, esce per Sellerio “La notte che Pinelli”, un libro di Adriano Sofri sulla storia di Giuseppe Pinelli, la cui morte fu ascritta al commissario Calabresi che per questo verrà poi ucciso sotto casa.

È la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Quarant’anni fa, più o meno. Quelli che allora c’erano, ciascuno a suo modo, credono di saperla. Be’, non la sanno. In nessuno di quei modi. Figurarsi quelli che non c’erano. Figurarsi una ragazza di vent’anni, di quelle che fanno le domande. Anch’io credevo di saperla. Poi ho ricominciato daccapo.

Leggerò il libro di Sofri e cercherò di capire qualcosa di più di questa triste storia, nota come “Caso Calabresi”.
Ve lo consiglio pur senza averlo letto.
Che delle storie bisognerebbe sempre conoscere i vari punti di vista.
E quello di Adriano Sofri è sicuramente quello più informato.

Temo ondate polemiche di gente che nemmeno leggerà il libro.
Ed è proprio per questo che credo sia importante leggerlo.

Potete leggere una parte del primo capitolo sul blog di Luca Sofri.
C’è anche un gruppo su Facebook, per discuterne e ragionarci sopra.

Luca