Non è la rete ad essere cattiva, siamo noi ignoranti e spietati

Non voglio riprendere frasi abusate, il dito e la luna, non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa, etc, etc…
Non voglio nemmeno fermarmi al caso singolo di una ragazza che si uccide dopo essere diventata ingenuamente il bersaglio di una campagna di odio.
Se una persona si uccide, lo fa certamente per tutta una serie di motivazioni, probabilmente per un malessere così profondo che nemmeno un filmino hard può bastare a giustificarlo.

Questa storia porta però allo scoperto un problema che non è nuovo e che è particolarmente urgente nel nostro paese, dove tutti giriamo tutto il giorno con un dispositivo in mano, condividiamo foto, video e contenuti più disparati nella più beata ignoranza dei mezzi che stiamo utilizzando.

Quando inviamo un contenuto anche ad una sola persona dobbiamo sapere che quella persona potrebbe, volontariamente o meno, girarla ad un’altra persona ancora e questa catena è potenzialmente infinita ed inarrestabile.
Quel contenuto, nel momento stesso in cui finirà sul telefonino di un’altra persona, verrà con buona probabilità salvato anche su cloud, dove ormai vengono archiviati tutti i contenuti (a meno di non disabilitare questa funzione, ma ben pochi lo fanno).

Cosa significa questo?
Significa che se io oggi mando su WhatsApp alla mia ragazza una nostro foto intima e che poniamo sia io che lei domani la cancelleremo, quella foto sarà con buona probabilità già stata archiviata chissà dove sia nel mio archivio cloud che in quello della mia ragazza.
Anche se prendessimo i nostri due telefoni e li buttassimo, quella foto ricomparirà anche sui nostri due nuovi telefoni (a meno di non cambiare account, ma non stiamo a sottilizzare).
In più quella foto, archiviata chissà dove, sarà materialmente presente su un server che potrebbe essere violato fraudolentemente da qualcuno e sempre quella maledettissima foto potrebbe ricomparire all’interno di qualche archivio pubblicato online (ricordate le foto intime rubate ad alcune star?).

Poi, ovviamente, io e la mia ragazza ci potremmo lasciare, e quella foto potrebbe diventare il mezzo utilizzato da uno di noi per portare avanti la sua vendetta.

A tutto questo aggiungete poi il cinismo delle persone, che davanti ad uno schermo di un telefonino, un po’ come quando sono al volante di una macchina, sembrano perdere del tutto la loro capacità di sviluppare empatia verso gli altri.
Molti di noi sono cattivi, lo siamo forse un po’ tutti, ma nella vita reale non ci permetteremmo mai di rivolgergi agli altri come facciamo quando commentiamo qualcosa su di un social network.

E quindi, che facciamo, usciamo da tutti i social network?
È una possibilità, ma non risolverebbe il problema.
L’unica soluzione sarebbe quella di iniziare ad utilizzare i mezzi tecnologici con consapevolezza, imparando a capirne i rischi.
Una volta che inviamo un contenuto a qualcuno, dobbiamo essere consapevoli che quel contenuto potrebbe rimanere sulla rete in eterno, anche contro la nostra volontà.
Se prendiamo parte ad una catena, dobbiamo sapere che potremmo contribuire a rovinare la vita di un’altra persona.
E se questa persona è molto giovane, magari adolescente, le conseguenze potrebbero essere tremende.

In questi giorni ho sentito poche persone aver chiesto scusa per aver portato avanti la diffusione del video hard della ragazza che si è uccisa.
È sempre colpa di qualcun altro, di chi ha iniziato la catena, della ragazza che ha girato il video, della RETE.

Io credo che sia un po’ colpa di tutti quelli che in un momento qualsiasi hanno preso parte a quella catena, facendo in modo che la marea montasse e diventasse sempre più inarrestabile.

Perché a monte di tutte queste noiose disquisizioni tecniche, ci sarebbe poi l’animo umano.
Se provassimo tutti ad essere meno cattivi con gli altri, ecco questa potrebbe essere un’ottima idea.
Non la soluzione, ma certamente un’ottima idea.

Luca

Foto | cyberbully

Esco di rado e parlo ancora meno

Negli ultimi mesi è molto cambiato il mio rapporto con questo blog, con internet, con il rutilante mondo dei social.
Non scrivo quasi più niente, anche se continuo a leggere quello che scrivono gli altri.
Non è che non abbia cose da dire, è che là fuori ormai siete in troppi per poter parlare liberamente.

Capisco perché i ragazzi siano fuggiti da Facebook.
Sai che ogni cosa che scrivi verrà letta da chiunque, almeno fino al quarto grado di parentela.
E sinceramente, è difficile che da adolescente tu possa esprimere liberamente quello che pensi quando sai che tutti i tuoi conoscenti adulti ti leggeranno.

Per me vale un po’ lo stesso, anche se l’adolescenza l’ho superata da un po’.
Prima di scrivere qualcosa, ci pensi talmente tanto, che alla fine decidi quasi sempre di lasciar perdere.

A disorientarmi, non è soltanto il fatto che sui social ormai ci siano tutti, ma è anche la quantità e la qualità delle cose che il tuo newsfeed ti propone. Negli ultimi mesi sono sicuramente di più i contenuti che nascondo di quelli che condivido.

In questi giorni di emergenza migratoria, il disorientamento è cresciuto, perché vedo scorrere immagini raccapriccianti che non so come affrontare. La foto dei cadaveri dei migranti ammassati dentro il camion aggiunge qualcosa alla nostre idee sulle politiche migratorie?
Ha senso far girare quelle immagini dentro ad un social network che è principalmente legato allo scazzo ed al divertimento?
Devo io sentirmi in colpa per quei morti, quando ormai ho litigato con chiunque conosca per difendere il dovere di soccorrere i clandestini?
Ha senso condividere quelle foto per denigrare politici populisti come Salvini o Grillo che sulla immigrazione ci stanno costruendo un consenso politico?

Ovviamente, non ho risposte, mi limito ad osservare, a leggere e a tentare di farmi un’idea delle cose.
Come stasera, quando ho letto la riflessione di Massimo Mantellini nella quale ho ritrovato un disorientamento simile al mio.

Sulla questione dei migranti, vorrei dire una cosa soltanto.
Aldilà delle politiche degli stati, dell’Unione Europea, dell’ONU e di tutto quello di cui vi riempite la bocca, aldilà di tutto questo, ci sono soltanto due strade.
Al padre siriano che sbarca su una spiaggia, mentre tiene in braccio la figlia ed il figlio, potete dare soltanto due risposte: si o no.
Potete rispedirlo a casa o potete soccorrerlo.

Perché aldilà di tutte le grandiose seghe mentali che si leggono sui vostri post, le scelte sono soltanto due.
E vi auguro con tutto il cuore di non ritrovarvi mai nelle condizioni di quel padre.

Luca

Foto | Daniel Etter for The New York Times

In morte di un social network. Ciao FriendFeed

We want to thank you all for being such a terrific and enthusiastic community. We’re proud of what we built so many years ago, and we recognize that it would have never been possible without your support.

Sapevamo che sarebbe successo.
Lo sapevamo da anni, almeno cinque, da quando fu comprato da Facebook.

Insomma, il 9 Aprile chiudono FriendFeed.

FriendFeed era Twitter quando Twitter doveva ancora prendere piede ed era Facebook quando Facebook ancora non esisteva.
Era anche ciò che rimaneva di Splinder, quando Splinder fu lasciato morire.
Su FriendFeed c’erano i blogger, quando i blog andavano di moda, e ci restarono i blogger quando i blog passarono di moda.

Alla fine, FriendFeed era più una community che un social network.
Aveva molti difetti, ma aveva almeno due grandi pregi.
C’era molta gente, ma non troppa.
E c’era un alto tasso di sano scazzo.

Tutto quello che manca oggi a Twitter e a Facebook, dove tutti si prendono molto sul serio.
E dove, prima di scrivere qualcosa, pensi 100 volte se quella cosa potrebbe offendere qualcuno, perché sui social network ormai ci sono tutti.

Io non lo usavo più da tanto, per motivi di tempo, perché non si può seguire tutto.
Ma un po’ di anni fa mi sono divertito molto su FriendFeed.

Luca

Frase del giorno

Il commento di Zerocalcare sull’aggiornamento di WhatsApp che permette di capire se e quando una persona ha letto un messaggio (sogno e incubo di tutti gli innamorati gelosi e impiccioni).


Luca

Rilassati e stai sereno

Ho scoperto l’applicazione più bella del mondo.
Si chiama Noisli, l’ha pensata Stefano Merlo e fa una cosa molto semplice: produce suoni da tenere in sottofondo mentre lavori.
Suoni tipo: temporale, pioggia, torrente che scorre, foglie che si muovono, vento, battigia, sfrigolio del fuoco, etc…
Puoi combinare i vari suoni per creare il tuo sottofondo preferito.
Non so, un bel temporale davanti al camino, oppure il rumore delle onde del mare di notte, o la pioggia in mezzo al bosco.

Utile per sfuggire al rumore di un mezzo pubblico o a quello di un open space e per riuscire a ritagliarsi un rifugio tranquillo.

Luca

Via | Massimo Mantellini