Il problema dell’NBA con il razzismo

Negli USA è scoppiato un caso che ha coinvolto Donald Sterling, proprietario dei Los Angeles Clippers, che avrebbe invitato la moglie a non farsi fotografare con persone di colore.

I giocatori dei Clippers, ieri sera, durante il riscaldamento, si sono tolti la divisa e durante la partita hanno giocato con calzettoni e polsino nero.
Flavio Tranquillo spiega come il problema del razzismo sia tuttora attuale, anche in ambito NBA dove la maggior parte dei giocatori sono afroamericani.

C’è un elefante nella stanza, e si chiama razzismo. Sperare di farlo scomparire dando la colpa ai media o ai social network non aiuterà chicchessia. Ovvio, perfino io capisco che non saranno tavole rotonde e hashtag a permetterci di superare i pregiudizi. Il che però non autorizza a minimizzare, pratica che oltretutto risulterebbe comica per i motivi appena spiegati. Doc Rivers ha sposato una donna bianca, e la sua casa di San Antonio nel 1997 è stata incendiata da sconosciuti per motivi che si ritengono legati al razzismo. Blake Griffin, figlio di una coppia mista, è stato spesso insultato con epiteti irripetibili da “tifosi” avversari. Matt Barnes, altro figlio di coppia mista, ha sentito sulla propria pelle a Del Campo High School il sapore acre del razzismo. C’entra con le parole di Sterling? Sì e no. Ma perdere l’occasione di ragionare seriamente sull’argomento e forse fare un passo avanti, per quanto minimo, è impraticabile e improponibile.

Tranquillo auspica che questo caso aiuti a riportare l’attenzione su un fenomeno ancora tristemente attuale e che possa essere un’ulteriore tappa verso il suo superamento.

Dal punto di vista dell’NBA, come sempre, è un problema con molte sfaccettature. Solo un ipocrita potrebbe negare che le due più importanti sono il mantenimento di una relazione positiva con la parte numericamente più rilevante della propria forza-lavoro e la soluzione migliore per chi finanzia l’attività (leggi spettatori, sponsor, TV). Lo dico perchè credo che sia vero e perchè non sono interessato a chiedere alcuna punizione esemplare ad un ente non governativo che ha indubbio e legittimo scopo di lucro. Quando avremo una decisione la commenteremo, ma non sarà l’entità della sanzione la parte più interessante. Per i motivi di cui sopra, è presumibile che ci sarà più attenzione al riguardo in futuro, il che è bene. Ora sta a noi ragionare, possibilmente non dei dettagli più o meno pruriginosi (e squallidotti) della vicenda. Non dell’impatto su gara 5 e sui playoff dei Clippers. Non di Sterling. Ma di quell’elefante, sognando che domani nella stanza non ci sia più.

Luca

Non dirmi che hai paura

Esce domani in libreria Non dirmi che hai paura, la storia di Samia Yusuf Omar, raccontata da Giuseppe Catozzella.

Samia divenne abbastanza famosa nelle olimpiadi di Pechino del 2008, quando arrivo ultima, ma applauditissima, nei 200m piani, correndo in 32 secondi, un tempo del tutto ridicolo per quei livelli.
Samia corse con le scarpe che le aveva regalato la squadra di atletica sudanese.

Samia è morta quasi due anni fa.
Affogata in uno dei tanti barconi partiti dalla Libia e diretti a Lampedusa.
Era incinta.
Il medico che la curò, la riconobbe dopo qualche giorno.

Quello sguardo, quella posizione fetale mi ha toccato, colpito. In 30 anni di lavoro di frontiera di morti ne ho visti. Ma quella morte, quel viso, non riuscivo a levarmeli dalla testa. Poi solo due settimane fa, leggendo il giornale ho capito chi era.

È stata la prima persona che abbiamo soccorso. Già rantolava e non aveva più riflessi pupillari: stava morendo. L’abbiamo messa in sicurezza ma non c’è stato nulla da fare. Alcuni avevano gravi ustioni caustiche perché si erano rovesciate addosso le taniche di benzina per il viaggio e il sole aveva fatto il resto. Lei invece era morta per annegamento probabilmente, schiacciata nel fondo della carretta. Ed era incinta di almeno 4 mesi. Per settimane non ho fatto che pensarci.

Il libro pubblicato da Feltrinelli, ci racconta la sfortunata storia di Samia che sognava di vincere le Olimpiadi e che è morta schiacciata in un barcone.

Luca

Via | Il Post
Foto | Fox Sports