Il fondo che abbiamo raggiunto nel 2014

Amnesty International ha presentato il suo rapporto annuale.
Il 2014 è stato un anno tremendo per i diritti umani.

Credo che la frase di Salil Shetty, Segretario Generale di Amnesty, che chiude l’introduzione del rapporto, sia purtroppo molto significativa.

Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore.

Luca

Foto | (Murad Sezer, Reuters/Contrasto)

Quando noi stessi diventiamo un mezzo della propaganda jihadista

L’orrore che lo Stato Islamico sta perpetrando in Medio Oriente ci spaventa.
Credo sia normale.
Credo anche che non sia, purtroppo, una novità.
Uomini e donne vengono barbaramente uccisi nel mondo, ogni santo giorno, da millenni.
Solo che non li vediamo.
L’ISIS ha capito che il vero modo per terrorizzarci è quello di mostrarci l’orrore.
E noi, come un qualunque automobilista che si trovi a passare sul luogo di un incidente, rallentiamo e ci fermiamo a guardare.
Anche se sappiamo che non serve a niente, che il nostro modo di fare non potrà che peggiorare la situazione.
Ma è un riflesso automatico.

Sono mesi che telegiornali e giornali ci mostrano immagini tremende di persone giustiziate nei modi più creativi.
Sgozzate, decapitate, impiccate.
Poi si è deciso di giocare un po’ più sullo spettacolo e, come in un circo, abbiamo anche visto il prigioniero bruciato vivo (era Muath al-Kasasbeh, 26 anni, siriano, quello nella foto sopra).
Con tanto di miccia che parte da lontano, perché è importante creare la giusta tensione nel telespettatore.

Negli ultimi giorni giornali e telegiornali ci stanno facendo credere che l’ISIS sia ormai alle porte di Roma.
Una roba che a Latina probabilmente si aspettano da un momento all’altro di vedere arrivare le truppe cammellate sfilare per le strade in direzione della capitale.
E mi stupisce la leggerezza con cui gli organi di informazione diano questa notizia come se fosse ormai un evento che dobbiamo soltanto aspettare che accada veramente.

E le donne, gli uomini ed i bambini si spaventano.
Si chiama terrorismo.

Ed è quello che l’ISIS vuole.

Non c’è un modo per fermare l’integralismo ed il terrorismo.
È inutile menarsela.
Possiamo ucciderli, ma quelli che restano saranno ancora più arrabbiati.
Possiamo ignorarli, e loro proveranno ad attaccarci.

Possiamo tentare di limitarli, isolandoli.
Ed è quello che i governi del mondo libero e le loro intelligence stanno tentando di fare.

C’è però un modo per provare a non farci condizionare nella vita di tutti i giorni.
Ed è l’esatto opposto di quello che stiamo facendo.

Il più grosso dispetto che possiamo fare all’ISIS è quello di ignorare la sua propaganda jihadista.

Luca

Forse non è un soltanto un problema di libertà di espressione, ma anche di consapevolezza di sé

La strage di Parigi ci ha scosso a tutti e non potrebbe che essere così.
Non è un 11 Settembre, come molti dicono.
Il nostro 11 Settembre lo abbiamo già avuto.
Ne abbiamo avuti due a dire la verità e sono stati gli attentati di Londra e di Madrid.

Non possono però non farci paura persone capaci di imbracciare dei kalashnikov per reagire alla pubblicazione di alcune vignette.
Ci fanno paura queste persone, perché a nessuno di noi verrebbe mai in mente di uccidere nostri simili che offendono le nostre idee.
Non credo, ad esempio, che a nessuno sia mai venuto in mente di uccidere i redattori del Vernacoliere quando scherzano sulla Chiesa e sulla pedofilia.
Siamo immersi in una società in cui tutti dicono tutto.
Siamo abituati alle idee più strane e alle teorie più bislacche.
Figuriamoci se ci potremmo offendere per una vignetta.

Eppure, forse sarebbe giunto il momento di offenderci per qualcosa.
E quel qualcosa è la critica violenta al nostro modo di vivere ed alla nostra decisione di considerare la libertà di espressione un bene primario.
Il nostro offenderci finisce per definire un limite alla libertà di espressione stessa, ma è un limite che forse sarebbe necessario pretendere.

Lo dice molto bene Beppe Severgnini oggi sul Corriere.

La minaccia, tuttavia, è più interna che esterna. Non mi riferisco all’orrore di ieri a “Charlie Hebdo”. La minaccia non sono i fucili mitragliatori. La minaccia è la nostra sufficienza, la nostra indolenza. L’impegno che non mettiamo, l’orgoglio che non mostriamo. Abbiamo creato uno spazio di libertà che non ha uguali sul pianeta, e quasi ci vergogniamo.
E quando usciamo dal nostro sonnambulismo democratico, spesso, combiniamo disastri. Pensate, ieri, alle semplificazioni bellicose dei neo-con USA e dei loro reggicoda europei, che applaudivano guerre sbagliate. Pensate, oggi, allo spazio conquistato dal Front National in Francia e dalla Lega in Italia. Vogliamo che l’orgoglio dell’Europa finisca in quelle mani? O in quelle di Vladimir Putin, che da lontano, per i suoi scopi, foraggia e incoraggia?
Non sarebbe meglio ricordare chi siamo e cos’abbiamo costruito? Di cosa abbiamo paura? Chiediamo, a chi vuole un passaporto europeo, di impegnarsi solennemente a rispettare e difendere la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Esiste. Parla di dignità, di libertà, di uguaglianza, di solidarietà, di cittadinanza, di giustizia. Ha lo stesso effetto giuridico vincolante dei trattati.
Quanti lo sanno? Se la risposta è “Quasi nessuno”, avete la misura del nostro problema.

A me non interessa capire se sia colpa dell’Islam, delle religioni in generale o di chissà che altro.
Certamente è molto ipocrita dire che l’Islam non c’entri nulla.
Se fondamentalisti cattolici andassero in giro per il mondo a buttar giù grattacieli, a metter bombe nei treni o a sgozzare civili inermi, me ne vedrei bene dal farmi fotografare con la scritta “Not in my name”, pretendendo di assolvere la mia religione.
È cretino pensare che le religioni, l’Islam in questo momento storico, non c’entrino niente.
Sforzarsi di adempiere alla volontà di un essere superiore ti può portare abbastanza facilmente a valutare male il peso reale delle tue azioni.

Jena oggi sulla Stampa riassumeva così:

Allah è grande ma non è autoironico

Quindi, amici musulmani moderati, se davvero esistete, non prendete le distanze dal fondamentalismo, ma iniziate a fare una riflessione seria sul perché la vostra religione abbia così tanti fedeli integralisti.
Di certo non uccidono in vostro nome, ma lo fanno nel nome del vostro stesso Dio.

Per tornare all’attacco terroristico di Parigi, ci sarebbe poi anche da ragionare se, oltre a difendere la libertà di espressione, non sarebbe forse giusto fare qualcosa di più per migliorare la difesa dell’ordine pubblico.
Dovremmo prima o poi poter discutere sull’opportunità di far rientrare nei nostri paesi cittadini che se ne sono stati per mesi in paesi islamici per addestrarsi alla jihad.
Addestrati pure a quello che vuoi, ma qua da noi non ci ritorni.

Perché i redattori di Charlie Hebdo non erano certamente un obiettivo particolarmente fantasioso, visto che il direttore era sotto scorta da due anni.
Quindi, vanno bene le candele e le matite, ma ci farebbe piacere avere anche dei tutori dell’ordine più preparati.
Lo diceva bene ieri Matteo Bordone su twitter.

Perché se non riesci a difenderti dal terrore e non garantisci la sicurezza ai tuoi cittadini, parlare di libertà di satira diventa un passatempo inutile e fastidioso.

Ce la faremo, perché la cultura ed il progresso sociale vincono sul fanatismo ignorante.
Ma saranno ancora anni duri, in cui dovremo sforzarci tutti di non cedere all’irragionevolezza che ci porterebbe in modo istintivo ad innalzare muri.
Partiamo con il ricordarci chi siamo e cosa abbiamo costruito negli ultimi secoli, di quanto siamo andati avanti nel nostro sviluppo sociale in solo pochi decenni.
Partiamo da lì.
Il resto verrà.
Siamo stati anche noi dei tagliagole.
Cesseranno di esserlo anche i musulmani, integralisti o meno che siano.

Luca

Foto | Vice

La foto orribile del giorno

A Pakistani girl, who was injured in a Taliban attack in a school, is rushed to a hospital in Peshawar, Pakistan, Tuesday, Dec. 16, 2014. Taliban gunmen stormed a military-run school in the northwestern Pakistani city of Peshawar on Tuesday, killing and wounding scores, officials said, in the highest-profile militant attack to hit the troubled region in months.(AP Photo/Mohammad Sajjad)

Dal Post:

Secondo le prime ricostruzioni dell’attentato, gli uomini armati sono entrati nella scuola e hanno cominciato a sparare contro gli studenti: l’obiettivo era di ucciderne il più alto numero possibile – ha detto Shahzeb Jillani, corrispondente di BBC a Karachi – e non quello di prendere ostaggi, come si era creduto inizialmente.

La scuola ospita circa 500 ragazzini tra i 7 e i 14 anni, soprattutto figli di militari. Alcuni testimoni che sono sopravvissuti e sono riusciti a fuggire hanno raccontato che gli aggressori erano sei o sette, che erano giovani, vestiti di bianco e che sono entrati nelle aule e all’interno dell’auditorium della scuola mentre diversi studenti erano riuniti per un corso di formazione al pronto soccorso. Hanno detto che gli studenti e gli insegnanti hanno cercato di rifugiarsi sotto i tavoli e le sedie, ma che gli attentatori sparavano sulle loro teste e alle loro gambe.

Luca

Foto | Agenzia France Press