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diritti umani

Show me his pulse!

Nell’atroce video del New York Times in cui viene ricostruito l’omicidio di George Floyd c’è un fotogramma che mi ha colpito ed è quello che vedete qui sopra.

Si vede una donna protestare con uno dei poliziotti che sta proteggendo quelli che nel frattempo stanno causando la morte dell’uomo fermato e gli chiede: “Show me his pulse!” che sarebbe come dire “Fammi vedere se gli batte ancora il cuore”.

Credo che in un mondo in cui agli agenti di polizia non viene ancora insegnato come gestire situazioni emotivamente complicate (aldilà di tutte le questioni razziali e di sanità mentale di una parte delle forze dell’ordine), ci vorrebbero donne come quella del video in tutte le strade.

Perché se la polizia ci deve proteggere dai cattivi, sono i cittadini a dover forse vigilare sugli abusi della polizia. Quante volte abbiamo tirato dritto di fronte ad atteggiamenti intimidatori od offensivi di forze dell’ordine?
Mi sono trovato io in Questura a Siena a vedere una agente di polizia trattare in malo modo e senza nessuna reale motivazione gli immigrati in fila per i documenti e trattare in modo molto più gentile i cittadini italiani. Avrei dovuto dirle qualcosa? Sicuramente si.
Sarebbe servito a qualcosa? Forse.

Di sicuro se quella ragazza e gli altri che hanno girato i video non si fossero fermati oggi quello di George Floyd non sarebbe un omicidio, ma sarebbe l’ennesimo arrestato morto per arresto cardiaco, overdose, autolesionismo, caduta dalle scale, o aggiungete voi una voce a piacere.

“Anche se avete chiuso
Le vostre porte sul nostro muso
La notte che le pantere
Ci mordevano il sedere
Lasciandoci in buonafede
Massacrare sui marciapiede
Anche se ora ve ne fregate
Voi quella notte, voi c’eravate”

Siamo tutti, in piccola parte, responsabili di quello che succede.

Luca

Qui sotto, se volete, il video del NYT.

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diritti umani

Genova, Luglio, 15 anni fa

Il 20 Luglio 2001 è stato il giorno in cui la generazione di quelli nati negli anni settanta ha perso la sua innocenza.
In un giorno abbiamo aperto gli occhi su quello che il potere può fare contro i suoi stessi cittadini.
In un giorno soltanto abbiamo capito cosa fosse stata la Strategia della Tensione nell’Italia degli anni di piombo.

Furono giornate tremende che non potrò dimenticare.
Eppure, oggi, quando ancora ne parli, capisci che quella strategia in parte funzionò.
In molti sottovalutano Genova, la giustificano, l’hanno dimenticata.

carlo giuliani

Due mesi dopo Genova arrivò l’undici settembre e tutto cambiò.
Lo raccontò alcuni anni fa Nick Davies in un suo reportage pubblicato sul Guardian e tradotto su Internazionale.

Cinquantadue giorni dopo l’irruzione nella Diaz, diciannove uomini usarono degli aerei pieni di passeggeri per colpire al cuore le democrazie occidentali. Da quel momento, politici che non si definirebbero mai fascisti hanno autorizzato intercettazioni telefoniche a tappeto, controlli della posta elettronica, detenzioni senza processo, torture sistematiche sui detenuti e l’uccisione mirata di semplici sospetti, mentre la procedura dell’estradizione è stata sostituita dalla “consegna straordinaria” di prigionieri.

Questo non è il fascismo dei dittatori con gli stivali militari e la schiuma alla bocca. È il pragmatismo dei nuovi politici dall’aria simpatica. Ma il risultato appare molto simile. Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque.

Genova e l’11 Settembre furono uniti da un sottile linea rossa che permise al potere di cambiare le nostre vite lasciandoci in gran parte inconsapevoli.

La notizia di ieri, con l’ennesimo rinvio all’approvazione di una legge che istituisca in Italia il reato di tortura, costituisce la triste coincidenza che ci ricorda quanto lo stato di diritto sia tornato indietro negli ultimi 15 anni.

Luca

Immagine (Reuters/Contrasto) | Internazionale

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diritti umani

Come pensavate che potesse essere la foto di un bambino morto annegato?

Quando ieri sera ho visto apparire su Twitter la foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, sono rimasto sconvolto.

È una foto (sono foto) tremenda.
La foto di qualunque bambino morto è tremenda, perché la morte non può essere associata all’immagine di un bambino.
È una associazione che la nostra ragione rifiuta.

La discussione si è incentrata, come è tipico dell’onanismo giornalistico, sul fatto se fosse giusto o meno far vedere quella (quelle) foto.
Molti giornali l’hanno messa in prima, affiancata da editoriali che ne spiegano il motivo della pubblicazione.
Tutti, o quasi, concordano sul fatto che sia giusto far vedere quella foto, perché non possiamo più far finta di niente.

E io mi chiedo come pensavamo che fosse un bambino morto affogato.
Quando abbiamo sentito mille volte raccontare di un barcone affondato, con a bordo anche donne e bambini, come pensavamo che apparissero i corpi di quelle donne e di quei bambini?

Io vorrei che avesse ragione Mario Calabresi, che oggi scrive così su La Stampa:

il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano. Pretende che ognuno di noi si fermi un momento e sia cosciente di cosa sta accadendo sulle spiagge del mare in cui siamo andati in vacanza. Poi potrete riprendere la vostra vita, magari indignati da questa scelta, ma consapevoli.

Vorrei che avesse ragione.

Ma non ci posso credere che ci servisse vedere la foto di un bambino morto affogato per renderci conto che non può mai essere giusto che i bambini muoiano mentre scappano da un altro tipo di morte.
Se fosse così, saremmo troppo stupidi.
O saremmo troppo intelligenti se, dopo aver visto quella foto, riuscissimo a cambiare idea.

Luca

Foto (Dan Kitwood / Getty) | The Atlantic

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Esco di rado e parlo ancora meno

Negli ultimi mesi è molto cambiato il mio rapporto con questo blog, con internet, con il rutilante mondo dei social.
Non scrivo quasi più niente, anche se continuo a leggere quello che scrivono gli altri.
Non è che non abbia cose da dire, è che là fuori ormai siete in troppi per poter parlare liberamente.

Capisco perché i ragazzi siano fuggiti da Facebook.
Sai che ogni cosa che scrivi verrà letta da chiunque, almeno fino al quarto grado di parentela.
E sinceramente, è difficile che da adolescente tu possa esprimere liberamente quello che pensi quando sai che tutti i tuoi conoscenti adulti ti leggeranno.

Per me vale un po’ lo stesso, anche se l’adolescenza l’ho superata da un po’.
Prima di scrivere qualcosa, ci pensi talmente tanto, che alla fine decidi quasi sempre di lasciar perdere.

A disorientarmi, non è soltanto il fatto che sui social ormai ci siano tutti, ma è anche la quantità e la qualità delle cose che il tuo newsfeed ti propone. Negli ultimi mesi sono sicuramente di più i contenuti che nascondo di quelli che condivido.

In questi giorni di emergenza migratoria, il disorientamento è cresciuto, perché vedo scorrere immagini raccapriccianti che non so come affrontare. La foto dei cadaveri dei migranti ammassati dentro il camion aggiunge qualcosa alla nostre idee sulle politiche migratorie?
Ha senso far girare quelle immagini dentro ad un social network che è principalmente legato allo scazzo ed al divertimento?
Devo io sentirmi in colpa per quei morti, quando ormai ho litigato con chiunque conosca per difendere il dovere di soccorrere i clandestini?
Ha senso condividere quelle foto per denigrare politici populisti come Salvini o Grillo che sulla immigrazione ci stanno costruendo un consenso politico?

Ovviamente, non ho risposte, mi limito ad osservare, a leggere e a tentare di farmi un’idea delle cose.
Come stasera, quando ho letto la riflessione di Massimo Mantellini nella quale ho ritrovato un disorientamento simile al mio.

Sulla questione dei migranti, vorrei dire una cosa soltanto.
Aldilà delle politiche degli stati, dell’Unione Europea, dell’ONU e di tutto quello di cui vi riempite la bocca, aldilà di tutto questo, ci sono soltanto due strade.
Al padre siriano che sbarca su una spiaggia, mentre tiene in braccio la figlia ed il figlio, potete dare soltanto due risposte: si o no.
Potete rispedirlo a casa o potete soccorrerlo.

Perché aldilà di tutte le grandiose seghe mentali che si leggono sui vostri post, le scelte sono soltanto due.
E vi auguro con tutto il cuore di non ritrovarvi mai nelle condizioni di quel padre.

Luca

Foto | Daniel Etter for The New York Times

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diritti umani

20 anni fa, la Bosnia

La guerra, durata 3 anni, finì 20 anni fa.
Alle porte di casa nostra, una mattanza che la comunità internazionale non volle o non fu in grado di fermare.

Luca

Via | Internazionale