Il PD che verrà sarà quello di Renzi?

Ho letto il libro di Matteo Renzi.
Condivido soprattutto la sua analisi sul PD e sull’impossibilità di fare qualcosa di nuovo finché resterà al suo posto l’attuale classe dirigente del partito.
Ha ragione Renzi quando dice che l’approccio di Bersani non è né giusto nè sbagliato, è semplicemente superato dagli eventi e dalla storia.
Il partito con la P maiuscola non esiste più.
Non è pensabile rinunciare agli individui ed allo loro capacità comunicativa nell’epoca dell’informazione diffusa.
Non si può tornare all’epoca della predominanza delle idee sugli uomini.

Ho letto il libro di Matteo Renzi.
Mi è piaciuto molto.
Del resto la penso come lui su moltissimi argomenti.

Condivido soprattutto la sua analisi sul PD e sull’impossibilità di fare qualcosa di nuovo finché resterà al suo posto l’attuale classe dirigente del partito.
Ha ragione Renzi quando dice che l’approccio di Bersani non è né giusto nè sbagliato, è semplicemente superato dagli eventi e dalla storia.
Il partito con la P maiuscola non esiste più.
Non è pensabile rinunciare agli individui ed allo loro capacità comunicativa nell’epoca dell’informazione diffusa.
Non si può tornare all’epoca della predominanza delle idee sugli uomini.
Anche questo, non è né giusto né sbagliato.
Semplicemente non è più così.

In questo scenario di rivoluzioni epocali la sinistra, ma solo quella italiana, ha un problema grosso come una casa con il concetto stesso di comunicazione. Discutere di comunicazione a sinistra è come affrontare il tema del sesso a catechismo: se ne parla poco e male. Il gruppo dirigente cresciuto alle Frattocchie continua a pensare che la parola comunicazione sia una parolaccia. E se qualcuno prova a sottolineare l’importanza di questa sfida immediatamente viene accusato di intelligenza con il nemico. Sei bravo a comunicare? Allora sei di destra. Oppure, quasi peggio, significa che sei refrattario ai contenuti, che sei vuoto dentro, che magari sei persino privo di valori.

È normale giocarsi tutte le carte, quando si deve comunicare. Per questo, però, non accetto processi sommari, come invece accaduto, quando rilascio un’intervista a «Chi»: non è che sono valide, belle, buone e giuste solo le interviste a «Le ragioni del socialismo». Finché non smetteremo di considerare cospirazione l’atto di chi si occupa di comunicazione non saremo credibili nemmeno agli occhi dei nostri militanti. Figuriamoci agli occhi di chi vogliamo convincere a votarci.

Dentro il libro ci sono poi molte cose interessanti, anche riguardanti il modo in cui Renzi affronta e risolve il dualismo tra fede ed impegno politico.

Un cristiano però è un tizio che crede che ci sia un dopo rispetto alla vita terrena. Non è una questioncina banale. Se davvero ci crede la sua prima preoccupazione è vivere a fondo, non restare sulla superficialità delle cose. Se accetta di impegnarsi in prima persona non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose. Non fa atto di presenza, ci prova davvero. Chi vuole testimoniare i propri valori senza mettersi in gioco, senza compromettersi nel senso più nobile del termine, senza provare a trovare soluzioni nuove, fa il catechista, non il politico. Il Vangelo non ti spiega cosa fare, tocca a te giocartela. Ma ti invita a farlo, in modo libero e laico. Se pensi davvero che quella di Gesù Cristo morto in croce, e soprattutto risorto, non sia la storiella ben raccontata da una suorina ma un fatto storico, è naturale che non puoi fare finta di niente. La tua vita cambia. Non sta a me dire se in meglio o in peggio, dico solo che non può essere tutto come prima.

L’ultimo capitolo è poi una presa d’atto della situazione italiana e contiene secondo me le basi di un impegno di Renzi in chiave nazionale.

È già in atto nel Paese una reazione profonda alla mediocrità ristagnante di certa politica. Tocca a noi decidere se provare a cavalcare l’onda. Un grande poeta fiorentino che ha attraversato il Ventesimo secolo forte della propria penna, Mario Luzi, ci ha invitato a levare alto i pensieri e stellare forte la notte. Sono espressioni che mi piacciono molto. Devono essere particolari le stelle del cielo di Firenze: sono le stelle cui pensa Dante quando chiude le tre cantiche. Sono le stelle che indicano a Galileo una verità rivoluzionaria. Sono le stelle che ispirano la poesia di Mario Luzi. Nel nostro piccolo, anche noi dobbiamo provare ad alzare il naso, fuori dal tran tran quotidiano. E stellare forte la notte di una politica italiana che aspetta da troppo tempo un cambiamento radicale. Possiamo provarci e dobbiamo farlo. Saremo accusati di arroganza e arrivismo. Ma meglio essere accusati di arroganza oggi che processati per diserzione domani.

A seguire vi incollo alcune porzioni del libro che ho sottolineato durante la lettura (grazie Kindle!)

Luca

Continuo a pensare che questo sia uno dei grandi problemi della sinistra italiana. Quando entriamo nelle nostre riunioni, locali e nazionali, sembriamo collezionare solo i nostri rimpianti e la nostra rabbia. Dipingiamo la realtà come un problema, mai come un’opportunità. E ciò che sta fuori dei trumanshow delle nostre assemblee nazionali (il cui allestimento magari è curato da chissà quale scenografo all’ultimo grido, perché un architetto alla moda fa sempre figo) è una realtà brutta, triste e quasi sempre irriformabile. Il mondo è immondo. E noi rispondiamo con la nostra mestizia, con la nostra litania di occasioni perdute. Sembra quasi proibito sorridere e prenderci con leggerezza.

Il punto è che per me la scuola costituisce il luogo laico più sacro che possa esistere, lo spazio fisico e spirituale nel quale ragazze e ragazzi fanno i conti con la propria libertà. È la frontiera più suggestiva, difficile e intrigante del nostro tempo. Confesso di avere un’autentica fissazione su questo punto. Penso che tutti, qualsiasi sia la nostra appartenenza politica, dovremmo nutrire un rispetto profondo per le stanze nelle quali i nostri figli divengono cittadini.

Ma poi, quando entri in classe e parli, i bambini vanno al sodo. E spesso ti mettono in crisi. Perché quando Lucia ti chiede come mai la sua compagna di banco Fatima, prima media, nata all’ospedale di Careggi come lei, che parla con la c aspirata come lei, che ha gli stessi grandi sogni e piccoli incubi che ha lei, non è cittadina italiana a differenza sua, tu cosa rispondi? Che questo Paese è incivile perché continua a inseguire lo ius sanguinis anziché lo ius soli come fanno quei pericolosi rivoluzionari sinistrorsi degli americani? Fatima è cittadina del mondo, come te, Lucia. È cittadina italiana anche se il Comune non lo può dire ufficialmente. Ha i tuoi stessi miti televisivi, la stessa gelateria a cui tu sei affezionata, lo stesso modo di sbuffare quando non arriva l’autobus o di sognare quando da piazzale Michelangelo lascia volare liberi i suoi pensieri. Vuole bene a Firenze e ai suoi palazzi, alle sue luci, ai suoi difetti quanto le vuoi bene tu. E sarà bello, cara Lucia, provare tutti insieme a dire quella frase così semplice e banale: ogni bimbo che nasce in Italia è italiano. Punto.

Quando in politica vi propongono una commissione, preoccupatevi. Quando in politica vi dicono: «Facciamo un tavolo», allora è finita. Tempo perso su tempo perso. L’unica cosa concreta che può avvenire è una discussione collegiale e concertata sul tempo necessario a rinviare ciò che comunque dopo rinvieremo ancora: questa è la funzione storica delle commissioni.

Alle gerarchie ecclesiastiche vorrei dire che vanno bene tutte le battaglie sui valori, sui principi, sull’etica e compagnia cantante, ma se ci parlassero un po’ di più di Gesù Cristo e un po’ di meno di legge elettorale sarebbe un bene per tutti. Ai laicisti invece vorrei dire che togliere Gesù Cristo dalla storia pubblica del nostro Paese è impossibile. Ma se anche fosse possibile sarebbe un’operazione culturale – si fa per dire culturale – degna del peggior fondamentalismo talebano.

Contesto l’idea che ai cattolici debba essere ritagliato un piccolo spazio solo nelle questioni etiche. È insopportabile che la nostra riserva indiana sia la sfera della morale. Un po’ come accadeva nelle regioni rosse, nei primi anni dell’Ulivo, quando i cattolici venivano portati in giunta dopo anni e anni di opposizione e assegnati solo al sociale: gli assessori alla sfiga. Lo sviluppo economico, l’urbanistica, l’ambiente, le politiche culturali no. Però il sociale di corsa… A forza di accettare questo diktat culturale, siamo diventati specialisti di come gestire l’inizio e la fine. Un dibattito che tocchi fecondazione assistita, aborto, eutanasia non è considerato valido da nessun talk-show e da nessun giornalista se non comprende la voce di almeno un cattolico. E anche chi cattolico non è, su queste partite si incarica di rappresentare la posizione delle gerarchie.

Bisogna essere battezzati da un cardinale per sostenere che l’interruzione di gravidanza è oggi drammaticamente usata, specie in alcune fasce anagrafiche e tra le immigrate, come tardiva alternativa alla contraccezione? Bisogna essere iscritti all’Unione atei per capire che bisognerebbe senza dubbio educare all’amore e alla sessualità, ma che in attesa di tutto ciò invitare i più giovani all’uso del profilattico è un dovere civico in tempi in cui i media trasudano sesso anche nei programmi pomeridiani? Dove persino per venderti un gelato o una macchina ti ammiccano? E poi fingiamo di scandalizzarci quando troviamo ragazzine delle scuole medie che usano il sesso come merce di scambio per una ricarica telefonica. Tra i bacchettoni e i libertari, per una volta, potremmo forse far vincere i realisti.

E nemmeno si può pensare di relegare la fede a un fatto privato. Farlo significa compiere un errore culturale straordinario. Quando ciò accade si offre un terribile assist alla destra conservatrice: ne sanno qualcosa i democratici americani che prima di Obama su questi temi hanno saputo solo balbettare la propria timidezza, lasciando libero il campo ai predicatori più oltranzisti. Il giorno in cui affronteremo con maturità questo tema, fuori dal clima di questi anni, sarà bello e forse utile approfondire con serenità il rapporto tra la cosa pubblica e il «vizio» di credere. La maratona elettorale

Le sante alleanze contro il nemico funzionano, ammesso e non concesso che funzionino, lo spazio di un mattino. Occorre un’idea condivisa per stare assieme, non solo un avversario da sconfiggere. Perché se no si ripete il più classico dei paradossi, già accaduto negli anni delle rotture a sinistra. Stai insieme non per un sogno, ma per un incubo, l’incubo del nemico. Se riesci a vincere il nemico e sconfiggerlo, non hai più un motivo per stare insieme. E allora ti disunisci e il governo crolla. Vai alle elezioni. E a quel punto vince il tuo avversario che sei riuscito, nella sostanza, a resuscitare. Semplice, no? Può esistere qualcosa di più paradossale?

Le cose che dovevamo dire le abbiamo già dette tutte. Ora si tratta di smettere di chiacchierare e realizzarle, per costruire un Paese di cui andare fieri. Eravamo una frontiera, oggi siamo una palude. Ma possiamo uscirne. Fuori!

2 thoughts on “Il PD che verrà sarà quello di Renzi?”

  1. Leggendo questi brevi passi mi sembra che si stiano superando le vette del veltronismo più spinto: tante cazzate a destra e a manca e nemmeno lo straccio della più piccola proposta concreta. Un vero trionfo del “ma anche” di seconda generazione.
    Se continuiamo così il nano governerà anche quando sarà una mummia nel suo sarcofago

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