Nel Music Store di Google c’è qualcosa che non quadra

Rockol riporta la descrizione fatta da un giornalista di Billboard del futuro negozio di musica digitale di Google.
A parte il prezzo assolutamente concorrenziale dello streaming, la caratteristica rivoluzionaria sarebbe quella di poter ascoltare su tutti i propri device (pc o smartphone) tutto la propria collezione di musica, non solo quella acquistata nel servizio di Google.
Il modello non sembrerebbe economicamente sostenibile, a meno che Google non abbia strappato alle major contratti molto al di sotto degli standard o che non sia riuscita ad infilare l’advertising nel player che stanno sviluppando.
Oppure è tutto vero e iTunes, Amazon e Dada possono iniziare ad arrabbiarsi fortemente con le major.

Rockol riporta la descrizione fatta da un giornalista di Billboard del futuro negozio di musica digitale di Google.

Sono indiscrezioni che vanno prese con beneficio di inventario.
Se i numeri fossero questi, la concorrenza dovrebbe iniziare a preoccuparsi.
E anche parecchio.

La piattaforma si articolerebbe in un negozio di download “alla carta” e in un “digital locker” accessibile da qualunque apparecchio connesso a Internet in cambio di un abbonamento annuo. Per questa seconda opzione, la Web company di Mountain View sarebbe intenzionata a fissare un canone di circa 25 dollari l’anno, da spartire in parti uguali con i titolari dei master[…]
Il digital store avrebbe invece una configurazione tradizionale, consentendo (a prezzi da definire) l’acquisto tanto di album che di singoli brani. Le canzoni acquistate, tuttavia, verrebbero trasferite automaticamente anche sull’account della “cassaforte digitale”.

A parte il prezzo assolutamente concorrenziale dello streaming, la caratteristica rivoluzionaria sarebbe quella di poter ascoltare su tutti i propri device (pc o smartphone) tutto la propria collezione di musica, non solo quella acquistata nel servizio di Google.

La cassaforte digitale renderebbe accessibile “sulla nuvola” tutti i file musicali che il programma rintraccia sul disco fisso dell’utente riconoscendoli come regolarmente licenziati; anche se acquistati da “negozi” concorrenti, copiati da un Cd o persino scaricati da reti peer-to-peer (pillola amara da ingoiare per i discografici, questa: ma forse necessaria se non si vogliono bloccare sul nascere le potenzialità del sistema).

Il modello non sembrerebbe economicamente sostenibile, a meno che Google non abbia strappato alle major contratti molto al di sotto degli standard o che non sia riuscita ad infilare l’advertising nel player che stanno sviluppando.

Oppure è tutto vero e iTunes, Amazon e Dada possono iniziare ad arrabbiarsi fortemente con le major.

Luca