Non gliela fa

Pierluigi Celli risponde alle critiche mosse contro la sua famosa lettera al figlio.
Tra spiegazioni delle figure retoriche usate ed argomentazioni sulle difficoltà che i poveri giovani incontrano ad entrare nel mondo del lavoro non fa cenno alla critica principale che gli era stata mossa.
Professore, perché a 67 anni non se ne va in pensione e lascia il posto a qualcun altro?
Inizi a dare il buon esempio.

Luca

3 thoughts on “Non gliela fa”

  1. Se questa era la “critica pirncipale”, chissa’ le altre… E a maggior ragione ritengo che Celli abbia stra-stra-stra-stra-stra-stra-stra-stra-stra-stra-ragione.
    Saluti,
    authan

  2. @Authan
    Nessuno dice che non abbia ragione, ma quando la critica alla classe dirigente parte da uno che fa parte da 40 anni della classe dirigente del nostro paese, a me pare un po’ un controsenso.
    Senti da che pulpito viene la predica.

  3. No, non ha ragione, per niente.
    Andare all’estero e` e deve rimanere una scelta.
    Questo e` quello che mi ha insegnato il periodo passato in Germania. Per spiegare un po’ meglio riporto alcune parole che qualche giorno fa ha scritto una mia cara amica che vive fuori da 5 anni, so che lei e` contenta se divulgo il pensiero di chi l’esperienza all’estero la vive sul serio.
    “ci sono migliaia di motivi per partire e migliaia di motivi per restare, ogni situazione e’ diversae nessuno dovrebbe permettersi di giudicare le scelte dei singoli individui. Non possiamo dividere le cose in bianco e nero, semplicemente. None’ vero che tutti quelli che partono sono i piu’ furbi del mazzo e quelli che rimangono, o tornano, sono fessi cosi’ come non e’ vero il contrario, che chi parte e’ sempre codardo, chi rimane martire.
    Ammiro moltissimo chi in questo momento se ne sta in Italia, e fa funzionare le cose, con grandi sacrifici, e con risultati di eccellenza, che fanno invidia a tutti i colleghi europei o americani piu blasonati.
    E tutti questi svolgono il loro lavoro con dedizione, nonostante sappiano dal principio che non prenderanno un soldo in piu’, una gratificazione in piu’, visibilita’ maggiore dei loro colleghi nello studio accanto che si accontentano di timbrare il cartellino ogni giorno e far passare la giornata giocando al solitario di windows (o a Mahjong!) perche’ tanto hanno il posto fisso, portano a casa i soldi alla fine di ogni mese, e chissenefrega.
    Quello che sfugge e’ che i primi sono molti, moltissimi di piu’ dei secondi. E’ che le persone “pulite” (mi verrebbe in mente: “d’animo nobile”) sono molte di piu’ degli stronzi. Sanno benissimo che i loro sacrifici fanno parte dei loro “doveri”, nel senso che se si firma un contratto, si crede in quello che si sa fare, si crede nel fatto che il lavoro nobilita l’uomo,
    allora e’naturale che si deve fare di tutto per tirare fuori diamanti anche dalla merda!
    E questo vale per il ricercatore, l’imbianchino, il contadino, l’insegnante, il camionista, il medico e qualsiasi altra categoria vi venga in mente. Io, personalmente, non concepisco una situazione diversa. Se credi nel tuo lavoro, ci credi sempre, sia in un paese che ti facilita’ il tutto, sia in uno che ti mette i bastoni fra le ruote, come e’ l’Italia
    in questo momento. Stop. Per questo motivo non sopporto quelli che stanno in Italia e pur avendo un lavoro non ci credono fino in fondo (vedi sopra, quelli che giocano al
    solitario), e ancora di piu’ quelli che sbattono la porta e se ne vanno schifati perche’ non e’ andandosene che si risolvono i problemi. Ma ho come l’impressione (se non la certezza)
    che questi siano molto pochi in confronto a quelli che fanno onestamente il loro lavoro, magari si lamentano, si incazzano, si deprimono per le condizioni al contorno, ma allo stesso tempo si rendono conto che rimanere in quel sistema e’ una loro liberissima scelta, e quindi vanno avanti, se non proprio felici e contenti, almeno consapevoli del loro contributo
    per migliorare le cose.
    Anche chi va fuori fa sacrifici, e’ verissimo, molto spesso abbandona famiglia e affetti, e non e’ facile, come non e’ sempre facile cominciare una nuova vita in un nuovo paese, quando ti vengono imposti molti doveri e pochi diritti, quando per integrarti appieno devi rinunciare a volte alla tua cultura e al mondo/valori che ti hanno formato.
    …. penso che in un modo o nell’altro sto gia’ portando un po’ della mia esperienza anche da qui. Sia sul piano strettamente lavorativo, sia sul piano piu’ generale di “ragionare” del futuro, di politica, di opportunita’, di modi di gestire le cose, di cose da migliorare e tutto il resto.
    Insomma, io me ne sono andata per imparare, capire, crescere e tornare, a prescindere dalle condizioni che potrei trovare al ritorno.
    Anzi, meglio, ben consapevole delle condizioni che potrei trovare al ritorno. E non mi considero piu’ furba o intelligente solo per essermene andata all’estero. Se non avessi avuto l’opportunita’ di venire a Monaco 5 anni fa, ora sarei in Italia e sarei contenta,
    contenta di portare a termine il mio lavoro nonostante i tanti sacrifici.
    Il problema e’ riuscire a tornare, e non perche’ non e’ possibile in modo assoluto, o non si e’ disposti a tornare indietro alle condizioni italiane (= guadagnare di meno, piu’ fatica, piu’ incertezza etc…. molti amici sono tornati accettando compromessi perche’ e’ una loro scelta e sono FELICI) ma perche’ oggettivamente l’Italia non fa NULLA per attrarre o anche solo offrire alle persone che stanno fuori (italians, americani, cinesi o che altro) le stesse opportunita’ che tutti gli altri stati del mondo ci offrono.
    Opportunita’, non rifugi. “

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